Oggi parliamo del debito pubblico francese, che ha raggiunto un record storico nel secondo trimestre del 2025, toccando i 3400 miliardi di euro, circa il 116% del PIL. Questo aumento, pari a circa 71 miliardi in soli tre mesi, è stato definito come un avvitamento. Mentre molti paesi europei vicini stanno cercando di ridurre il loro debito grazie a riforme strutturali, la Francia sembra seguire una strada opposta, continuando ad aumentarlo.
Fitch Ratings, che ha recentemente declassato il rating della Francia, prevede che il debito possa superare il 120% del PIL entro il 2027, superando il picco registrato durante la crisi del Covid nel 2021 (118%). La causa principale di questo aumento è legata alla mancata riduzione delle spese pubbliche negli ultimi trent’anni, come sottolineato da un articolo di Le Figaro. Un altro fattore che aggrava la situazione sono gli interessi sul debito, che continuano a crescere, con una previsione di costi superiori ai 107 miliardi di euro entro il 2029.
Secondo l’economista capo dell’OCSE, la Francia dovrebbe imparare dai suoi vicini meridionali, che, pur tra difficoltà, sono riusciti a ridurre il debito pubblico. L’Italia, ad esempio, è passata dal 154-155% del PIL nel 2020 al 137,9% nel 2025. La Spagna, dal 124% al 103%, e il Portogallo dal 134% al 96%. Questi paesi sono riusciti a tornare alla disciplina fiscale, contrariamente alla Francia che sembra continuare ad accumulare debito.
Il relatore della Commissione Finanze francese insiste sul fatto che la vera soluzione per invertire la traiettoria del debito risieda nel taglio delle spese pubbliche. Tuttavia, questa retorica europea sembra continuare a colpire i paesi sociali, minando il welfare e riducendo servizi essenziali come pensioni, sanità e istruzione. Personalmente, considero questa visione controcorrente, poiché temo che una continua riduzione delle spese pubbliche vada a minare le fondamenta dello Stato sociale, a favore di un sistema che sembra favorire il mondo finanziario a discapito dei cittadini.
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