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Cosa non dicono sul nuovo studio che prova la falsità della Sindone (“E invece no”)

Ogni pochi anni un nuovo studio promette di chiudere una volta per tutte il dibattito sulla Sindone di Torino. È successo di recente con la ricerca del professor João Marcelo Moraes, che sostiene di avere trovato conferme della datazione medievale del telo. La notizia ha suscitato clamore, ma diversi studiosi invitano alla cautela, sottolineando i limiti della metodologia adottata.

Il punto centrale dello studio di Moraes riguarda la datazione con il radiocarbonio. I suoi risultati collocherebbero l’origine della Sindone tra il XIII e il XIV secolo, in linea con quanto già emerso nelle celebri analisi del 1988 pubblicate su Nature. In quel caso, tre laboratori indipendenti avevano datato la Sindone fra il 1260 e il 1390 d.C. Tuttavia quella datazione, pur di enorme impatto mediatico, è da decenni oggetto di contestazioni scientifiche: Raymond Rogers, chimico del Los Alamos National Laboratory, in uno studio su Thermochimica Acta (2005) ha sostenuto che il campione utilizzato nel 1988 fosse prelevato da una zona di rammendo successiva al Medioevo e contaminata da fibre più recenti.

Anche lo studio di Moraes si espone a questa critica. Secondo Antonio Lombatti, storico e autore di I falsari della Sindone (2012), “qualsiasi analisi limitata a piccoli frammenti del bordo rischia di produrre risultati fuorvianti, perché quella parte del telo è stata soggetta a restauri documentati”. Senza affrontare direttamente questa obiezione, i risultati rischiano di reiterare un problema già noto.
Un altro aspetto emerso riguarda le spiegazioni visive. Moraes accenna all’ipotesi che l’immagine possa derivare da pigmenti o vernici alterati col tempo. Una tesi che, però, non trova conferme nelle ricerche di Alan Adler e John Heller, pubblicate su Applied Optics (1981), dove si sottolineava l’assenza di tracce pittoriche convenzionali: nessun legante, nessuna pennellata. Gli studi del fisico Paolo Di Lazzaro (ENEA, 2011) aggiungono che alcune proprietà dell’immagine — come la variazione di intensità legata alla distanza dal corpo — risultano difficilmente compatibili con tecniche artistiche medievali.

Infine, la questione della pubblicazione. Mentre la datazione del 1988 comparve su una delle riviste scientifiche più prestigiose, lo studio di Moraes non risulta al momento pubblicato in sedi con pari autorevolezza e con verifiche indipendenti. “Non basta affermare di avere la prova definitiva, bisogna anche passare attraverso un processo trasparente di peer review,” ricorda il teologo Bruno Barberis, già direttore del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino.
Ad agosto fa comodo trovare la notizia sensazionale“, perché come fa notare il giornalista Alessandro Ginotta, “ci sono altri studi che spiegano solo con un improvviso fascio di luce il disegno che è rimasto impresso nel telo“. Studi che non vengono confutati dalle tesi di Moraes: “Anche perché se guardate l’immagine impressa sul telo, è difficile pensare che si tratti di una pittura medievale”.
Alla fine, più che chiudere il dibattito, lo studio di Moraes sembra inserirsi nella lunga catena di tentativi di dare un verdetto finale su un oggetto che, da oltre un secolo, resiste a ogni semplificazione.

Alessio De Paolis

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