È davvero progresso, quello dell’intelligenza artificiale? Alberto Contri, esperto di comunicazione e docente universitario, lancia un monito lucido: dietro le promesse dell’AI si cela un sistema opaco, che consuma risorse, orienta le coscienze e rischia di rendere le persone intellettualmente dipendenti.
“L’intelligenza non può essere artificiale“, commenta Fabio Duranti, dando voce a un senso comune sempre più diffuso. Contri chiarisce che l’AI non è altro che “una spettacolare potenza calcolatoria”, capace di elaborare miliardi di dati, ma sempre sulla base di come è stata addestrata. L’algoritmo non pensa: applica regole, risponde su base statistica. “Il vero problema”, osserva Contri, “è chi allena queste macchine, con quali dati e con quali limiti – o assenza di limiti”.
Per Contri, l’intelligenza artificiale amplifica un pensiero unico, riflettendo le opinioni prevalenti: “Quando ho posto domande su temi sensibili, come i vaccini o il virus, ho ricevuto sempre e solo la stessa risposta. Era la versione dell’informazione mainstream”. Anche gli strumenti più recenti, come Grok, mostrano un bias cognitivo profondo. “Mi sono sentito rispondere: ‘vedo che alcune tue domande hanno un sentimento cospirazionista’. E quando ho chiesto cosa significasse, la definizione è stata: ‘tutto ciò che turba l’ordine costituito e non si basa su dati ufficiali’”.
Secondo Contri, c’è un altro aspetto inquietante: il consumo energetico enorme di questi sistemi. “Si parla già di dirottare fiumi per raffreddare i server e di sottrarre energia all’uso civile. E nessuno si chiede quanta CO₂ producano”. Il tutto, aggiunge, nelle mani di pochi gruppi globali. “Siamo davanti a un nuovo moloch, gestito da chi ha sempre tirato le fila. La politica? Totalmente ignorante su questi temi, schiava dell’idea che investire nell’AI sia per forza sinonimo di progresso”.
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