Il noto slogan del World Economic Forum “non avrai nulla e sarai felice” nasconde una filosofia di base e un’azione mirata e pensata per il consumatore ideale.
Si chiama “decrescita felice” il concetto che il World Economic Forum ha presentato al mondo come la soluzione per un grande reset.
La Treccani parla chiaro: “Abbassamento indotto della crescita economica come scelta politica virtuosa per una società più equa ed ecologicamente sostenibile“. Ma ciò che il Forum di Davos non precisa è che l’abbassamento indotto pare sì esserci, ma nella crescita economica di molti, i cittadini, a favore dei pochi. E così lo slogan che esce fuori dal WEF e da Klaus Schwab è: “Non avrai nulla e sarai felice“. Scorre sulla scia del detto “i soldi non fanno la felicità”, traducibile in “il PIL non serve per la felicità”, frase già utilizzata per parlare bene della decrescita felice. Eppure è proprio negli ultimi venti o trent’anni che aziende multimiliardarie sono riuscite a superare il PIL di più Paesi del mondo, mentre non si può dire altrettanto bene sul potere d’acquisto di molti cittadini.
I “roaring twenties” avevano fatto una promessa agli americani: che potevano avere tutto ed essere molto felici. Ma è bastato aspettare l’anno 1929 per vederne gli effetti. Uno dei molteplici fattori del crollo della borsa di Wall Street fu l’incredibile, ma guarda un po’, capacità dei prodotti di essere resilienti e duraturi. I cittadini statunitensi erano stati anche incentivati nell’acquisto dei nuovi elettrodomestici grazie alla nuova strategia delle “comode rate”. E così il “avrai tutto e sarai felice” si trasformò in realtà. Tutti avevano avuto la possibilità di avere tutto. L’unico problema? Che i prodotti da comprare prima o poi finirono. E se scompare la domanda, l’offerta crolla, dato che un’azienda produce qualcosa prefigurandosi che qualcuno lo comprerà, rischio fallimento. Il resto è storia. A questo punto già molte domande rispetto a quanto accade oggi dovrebbero essere sorte.
Le rate restano, i prodotti meno. A differenza dei magnifici anni ’20 americani, i prodotti si rompono e devono essere riacquistati. Sarebbe un complottismo pensare che le aziende lascino degradare i propri prodotti per venderne di più? No, e se ne parla alla luce del sole. Si chiama “obsolescenza programmata”. Uno smartphone dopo qualche anno di utilizzo diventa sempre meno utilizzabile. E così si compra frequentemente un nuovo smartphone. Risultato: più offerta, più domanda. Il tutto potenzialmente all’infinito, ma a danno del consumatore e a favore, invece, di chi produce. Ora immaginatevi in una società che tutto questo lo sopporta, o che, peggio, parteggi per quel “non avrai nulla”. Ci siete già.
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