Recentemente, sul Corriere della Sera, è stato pubblicato un articolo dal titolo “La guerra stupida dei dazi, come reagire”, in cui si sostiene che, per evitare reazioni protezionistiche agli aumenti tariffari imposti dagli Stati Uniti, l’Europa non dovrebbe fare nulla, se non proporre strategie alternative come l’adozione di una politica monetaria più flessibile per mitigare le pressioni recessive. Secondo questa tesi, un euro più debole rispetto al dollaro ridurrebbe l’export europeo, rendendo i beni più costosi per i consumatori statunitensi. Tuttavia, ciò che colpisce è il ribaltamento di prospettiva: per decenni si è criticato l’uso della svalutazione monetaria come una sorta di droga o scorciatoia per migliorare la competitività, mentre oggi la si rivaluta, ribattezzandola con termini più accettabili come flessibilità monetaria o deprezzamento. Insomma, ciò che prima veniva demonizzato ora viene presentato come una legittima strategia economica.
L’idea di sfruttare la leva monetaria per recuperare competitività, aggiustando i prezzi rispetto ai concorrenti esteri, ripropone uno schema già visto. Da un lato, gli importatori dovrebbero sostenere il maggiore costo dei dazi; dall’altro, beneficerebbero del minore costo in dollari dei beni europei. Ma non è forse lo stesso problema della tanto vituperata liretta italiana? Quella stessa moneta da cui l’euro avrebbe dovuto salvarci? E non è paradossale che, dopo vent’anni, si torni a proporre esattamente le stesse soluzioni che un tempo venivano criticate? Un altro esempio di questa contraddizione è l’altra proposta avanzata dal Corriere della Sera: stimolare la domanda interna con più consumi, più investimenti e persino più spesa pubblica. Dopo vent’anni di austerità e dogmi economici imposti dall’Eurozona, improvvisamente si riscopre l’importanza della domanda interna. Peccato che per due decenni la strategia dominante sia stata esattamente l’opposta: puntare tutto sulla domanda estera e sulla spending review, ovvero sul taglio della spesa pubblica. Ora che la crisi colpisce la Germania e la Francia, le carte vengono ribaltate e si torna a parlare di intervento pubblico nell’economia.
L’aspetto più assurdo è l’atteggiamento dei commentatori italiani del cosiddetto pensiero unico di regime: per venti o venticinque anni hanno sostenuto con ferrea convinzione le politiche di austerità, salvo ora cambiare completamente opinione senza battere ciglio. Dopo due decenni passati a demonizzare certe idee, le stanno ora riesumando come soluzioni necessarie. Il punto è che la storia economica recente non può essere cancellata con un colpo di spugna: per fortuna, esistono i video che documentano tutto.
Malvezzi Quotidiani – L’economia umanistica spiegata bene con Valerio Malvezzi
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