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“Ce lo chiede l’Europa” è il mantra che sta distruggendo l’economia del nostro paese

Ieri si parlava di quanto manchi una politica strategica per il nostro Paese. Vediamo un esempio concreto.

Il governo italiano sta affrontando una crisi nel settore idroelettrico, mentre promuove il nucleare di nuova generazione, nonostante quest’ultimo sia ancora una tecnologia inesistente. Nel 2024, l’idroelettrico ha coperto il 16% della domanda energetica nazionale e oltre il 40% della produzione da fonti rinnovabili. Eppure, gli investimenti negli impianti idroelettrici sono fermi da anni.

Secondo il Ministero dell’Energia, sarebbero necessari investimenti pari allo 0,7% del PIL, circa 15 miliardi di euro. Il problema affonda le sue radici nella liberalizzazione del mercato elettrico avviata negli anni ’90, con la previsione di gare per le concessioni idroelettriche mai realmente attuate. Nel 2018, il governo gialloverde ha trasferito la proprietà delle grandi dighe alle regioni, e la legge sulla concorrenza del 2021 ha imposto l’obbligo di bandire le gare entro il 27 agosto 2025.

Oggi, però, la maggioranza propone un ulteriore rinvio delle gare, sostenuta sia da imprese sia da sindacati, mentre alcune regioni, come la Lombardia, hanno già avviato i bandi. L’Unione Europea, inoltre, ha vincolato una parte dei fondi del PNRR a questa riforma, e il mancato rispetto dell’obiettivo potrebbe costare all’Italia fino a cinque volte il valore dell’intervento stesso. Il governo sta cercando di negoziare un accordo con i concessionari, ma ciò risulta vietato dalla normativa europea.

Dall’introduzione del decreto Bersani nel 1999 fino alla legge sulla concorrenza del 2021 del governo Draghi, l’Italia è passata dalla liberalizzazione alla svendita del settore idroelettrico, mentre altri paesi europei continuano a proteggerlo. Ma tranquilli, è tutto sotto controllo: “Ce lo chiede l’Europa”.

Questo mantra – “ce lo chiede l’Europa” – ormai sembra una sorta di Deus lo vult, una crociata che però, in realtà, sta danneggiando il nostro Paese. Manca una politica strategica. Non c’è una visione a lungo termine.

Io, per fortuna, stasera torno a casa. E domani ricomincerò a fare il mio lavoro: parlare con gli imprenditori e discutere di strategia aziendale. Perché le imprese, specie quelle piccole e medie, hanno ben chiaro cosa significa fare un piano strategico per il proprio futuro. Lo Stato, invece, non riesce a farlo.

Abbiamo impiegato vent’anni per passare dalla liberalizzazione alla svendita. Questo non è fare strategia, questo è navigare a vista.

E, lasciatemelo dire, anche male.

Malvezzi Quotidiani – L’economia umanistica spiegata bene con Valerio Malvezzi

Valerio Malvezzi

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