Recentemente anche l’attrice Paola Cortellesi ha affermato a chiare lettere che sarebbe d’uopo introdurre nelle scuole l’educazione sentimentale obbligatoria. Non è invero una tesi nuova, giacché circola ormai da tempo e periodicamente riaffiora, direi quasi con cadenza regolare. Chiaro come il sole è, o dovrebbe essere, che con l’introduzione della cosiddetta educazione sentimentale nelle scuole, gli araldi dell’arcobaleno e dell’wokismo liberal-progressista, aspirano né più né meno che a indottrinare le giovani teste con il nuovo ordine erotico genderizzato post-familiare e turbo-capitalistico.
Detto ordine erotico si basa oltretutto sulla ostracizzazione permanente della famiglia, liquidata en bloc come figura indissociabile dal patriarcato. Il nuovo ordine erotico turbocapitalistico e genderizzato si basa altresì sul consumismo sentimentale per atomi pansessualisti unisex. L’educazione sentimentale, così come la intendono i pretoriani del pensiero unico-arcobalenico e wokista di completamento della deregolamentazione turbocapitalistica, finisce per essere l’ennesimo indottrinamento funzionale alla riproduzione dell’ordine dominante.
Ordine dominante che, lo ricordiamo, produce a propria immagine e somiglianza un nuovo ordine erotico post-familiare e votato unicamente al godimento per solitudini desocializzate e unisex. “Sei quello che vuoi essere”, non c’è più una natura fissa e ogni individuo diventa un atomo a volontà di potenza consumistica illimitata e deregolamentata. Questo è il precetto fondamentale del nuovo ordine erotico o, se preferite, dell’educazione sentimentale, così come, a nostro giudizio, sarà impartita nelle scuole.
Uno dei punti saldi del nuovo ordine erotico riguarda oltretutto, non dimentichiamolo, la colpevolizzazione permanente del maschio, ridotto a femminicida in pectore. Ogni maschio, spiega l’educazione sentimentale, è in quanto tale un potenziale femminicida. Ricordiamo che alla Sapienza di Roma è partito proprio ora un corso, il primo in Italia, dedicato alla violenza di genere.
Non deve sfuggire come la colpevolizzazione apriorica di un’intera categoria, basata sul genere o sul colore della pelle, è sempre una forma inaccettabile di razzismo. Oltretutto serve alla narrazione neoliberale per orizzontalizzare il conflitto, ossia per spostare la lotta di classe verticale tra servi e signori in basso, ovvero per ridisporla come lotta di classe all’interno della medesima classe tra maschi e femmine, omosessuali ed eterosessuali, cristiani e atei, bianchi e neri. Bisogna avere oggi l’onestà di ribadire l’ovvio, anche l’ovvio vuole la sua parte.
Il conflitto, anche oggi, è tra sfruttati e sfruttatori, maschi o femmine che siano. In ogni società d’altro canto, dagli antichi sumeri ad oggi, le donne dei ceti ambienti avevano più potere degli uomini dei ceti popolari. E così Cleopatra aveva più potere degli uomini che trasportavano i blocchi per costruire le piramidi, proprio come Ursula von der Leyen oggi ha più potere degli operai di Fiat Mirafiori.
Lo ribadiamo, con buona pace dell’educazione sentimentale e funzionale all’ordine dominante: il conflitto è tra servi e signori, maschi o femmine che siano, omosessuali o eterosessuali che siano. Bisogna dunque riverticalizzare il conflitto producendo una sintesi tra tutti gli oppressi contro tutti gli oppressori.
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