Col destro accarezza il cucciolo, lo rassicura ammorbidendogli l’atterraggio; col sinistro lo spedisce a cuccia, che verso la fine del primo tempo i piccoli devono andare a nanna.
In un Milan piuttosto grigio, anche per il completo indossato, c’è un fanale che a intermittenza penetra nella foschia: è l’ispirazione del portoghese, che quando arriva arriva, come il Natale del celeberrimo spot.
Gli uomini di Vladan Milojevic, votati più che altro a un contenimento che sembra tradurre impossibilità di qualcosa d’altro, trovano il pareggio…a ciel sereno, con la generosissima collaborazione di Musah, che si fa rubar palla da Radonjic il quale poi lascia di sasso Maignan con fendente di sinistro.
Cosa riesce a fare, a quel punto, il Milan? Bella domanda, al punto tale che se Fonseca si trovasse nello studio della Fagnani si alzerebbe per andarsene, poi decida il lettore se la risposta è così difficile da dare o, al contrario, fin troppo semplice.
Quando il malumore già sibila e mugugna, all’ennesimo pallone che arriva nel cuore dell’aria serba lo stacco di Camarda cambia la storia della partita, perché dalla carambola tra il guanto di Guteša e la parte inferiore della traversa nasce il gol di Abraham, il quale aveva rilevato Morata. Il 2-1 è un coniglio che esce dal cilindro ad accartocciare editoriali iper critici già scritti per tre quarti.
Non è stato un gran Milan, ma ha fatto ciò che gli si chiedeva.
Paolo Marcacci
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