Mentre il prezzo del gas naturale liquefatto continua a salire sui mercati europei, i dati confermano un cambio radicale nelle rotte di approvvigionamento del continente. Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), nel 2026 gli Stati Uniti copriranno circa due terzi delle importazioni europee di GNL, contro un import russo via gasdotto crollato negli ultimi anni. Una dipendenza che, secondo le proiezioni dello stesso istituto, potrebbe arrivare all’80% entro il 2028. Sul fronte della spesa militare, i dati ufficiali NATO per il 2026 collocano l’Italia a 48,31 miliardi di euro, pari al 2,10% del PIL — cifra che, divisa per i giorni dell’anno, restituisce un esborso quotidiano superiore ai 130 milioni di euro.
Un quadro che il governo italiano difende come necessario: il ministro della Difesa Guido Crosetto, in audizione alle Camere dopo il vertice NATO di Ankara, ha respinto l’idea che gli investimenti nella difesa sottraggano risorse al welfare, sostenendo che “la sicurezza dell’Europa non è più un elemento garantito, stabile e sicuro”. Una lettura che si scontra frontalmente con quella proposta ai microfoni di Un Giorno Speciale da Manlio Dinucci e Giorgio Bianchi.
Ospiti di Fabio Duranti, i due analisti hanno costruito il loro intervento attorno a una domanda: chi guadagna dall’attuale crisi energetica? Manlio Dinucci ha aperto il ragionamento partendo proprio dai dati IEEFA sull’import di GNL, per poi allargare lo sguardo ai profitti delle grandi compagnie petrolifere. “Cioè, in poche parole, gli Stati Uniti ogni giorno che Ormuz sta chiuso, ogni giorno che il Nord Stream resta chiuso, guadagnano le grandi compagnie petrolifere e del gas naturale”, ha dichiarato in diretta il giornalista, richiamando le cifre sui profitti trimestrali di ExxonMobil e delle altre grandi compagnie statunitensi, oltre alla spesa militare italiana certificata dalla NATO. “L’Europa si sta suicidando praticamente avendo interrotto il gasdotto, l’importazione di gas che era quello più a buon mercato, era quello russo, approvvigionandosi con GNL statunitense che è molto più caro”, ha concluso Dinucci.
A raccogliere il filo del discorso è stato Giorgio Bianchi, che ha inquadrato i dati economici dentro una cornice di conflitto tra blocchi di potenza. “Questa è un’azione concentrica che il mondo anglosassone con l’appendice israeliana in Medio Oriente sta assestando all’Europa”, ha spiegato il giornalista ai nostri microfoni, richiamando il celebre discorso del fondatore di Stratfor George Friedman sulla necessità storica, per Washington, di separare la capacità produttiva tedesca dalle materie prime russe. Per Bianchi la sequenza di crisi — dal South Stream a Hormuz, da Bab el-Mandeb al Nord Stream — risponde a una logica precisa: “Tutti sapevano perfettamente che attaccando l’Iran, l’Iran avrebbe chiuso lo stretto di Hormuz, che poi avrebbe attivato Ansar Allah, quindi gli Houthi in Yemen”. Il giornalista ha poi previsto un’esplosione dei prezzi dei carburanti nei prossimi mesi, con ricadute su agricoltura, fertilizzanti e industria, fino a immaginare uno sbocco nel militarismo: “Fra qualche tempo vediamo se ho detto stupidaggini o se, diciamo, c’era un fondo di verità in questa analisi”.
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