La strana notte dell’Inter, dove ogni stato d’animo alla fine si inserisce come una tessera nel mosaico di una partita difficile da commentare, così come per il popolo interista è stato difficile accettare di dover dire addio ad Andreas Brehme, senza preavviso e con il cumulo delle memorie cadute a valanga su San Siro, del calciatore e dell’uomo.
Non ha torto Diego Simeone, quando dice che i suoi hanno azzeccato il tipo di partita ma che l’Inter l’ha fatta sua riuscendo a infilare l’episodio decisivo negli interstizi degli errori commessi da Witsel e compagni.
Proprio per aver prevalso non tanto sul coriaceo Atletico Madrid, ma soprattutto sul persistente equilibrio, questa Inter ha offerto la prova di forza attraverso la quale può ammettere con se stessa di non dover avere paura di nessuno, quindi nemmeno del ritorno nella tana infuocata dei Colchoneros.
Con Barella inesauribile, una spanna sopra ogni altro protagonista della gara, con Bastoni che governa ogni sua zolla, con Frattesi che scrive in poco più di venti minuti il manuale del perfetto subentrante, tutti gli indizi portano alla conclusione che il migliore di tutti sia stato Inzaghi, per come l ‘ha preparata e per la convinzione di essere i più forti che ha instillato nei suoi facendoli ragionare prima come gruppo, poi come singoli.
Infine, le sliding doors, quelle porte girevoli nel mezzo delle quali Marko Arnautović sembrava essere rimasto incastrato dopo due mancati appuntamenti col destino. Sembrava, prima che mettesse a segno la più complicata tra le occasioni che gli sono capitate.
Al ritorno non sarà facile, per il tipo di avversario e per l’ambiente. La cosa più difficile, però, tocca all’Atletico: affrontare l’Inter.
Paolo Marcacci
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