“A me l’America fa venir voglia… di una dittatura!“, e giù di schiaffoni autoinflitti.
Anche questo è stato Giorgio Gaber, un artista a tutto tondo, dotato di ciò che oggi è merce rara: nessun timore di essere irriverente. Ma di un’irriverenza che non contempla lo spogliarsi o vestirsi in modo gender-fluid. L’irriverenza, quella vera, Gaber la mette in scena nel 1976:
“A noi, ci hanno insegnato tutto gli americani, se non c’erano gli americani, a quest’ora noi….eravamo europei. Vecchi pesanti, sempre pensierosi, cogli abiti grigi, e i taxi ancora neri. Non c’è popolo che sia pieno di spunti nuovi, come gli americani. E generosi, gli americani non prendono mai, danno danno. Non c’è popolo più buono degli americani. I tedeschi sono cattivi, e per questo che le guerre gli vengono male, ma non stanno mai fermi, ci riprovano, c’hanno il diavolo che li spinge, dai dai. Intanto Dio, fa il tifo per gli americani, e secondo me ci influisce eh, non è mica uno scalmanato qualsiasi Dio, ci influisce, e il diavolo si incazza, stupido, prende sempre i cavalli cattivi. Già, ma non può tenere per gli americani, per loro le guerre sono una missione, non le fanno mica per prendere, tz tz tz, per dare, c’è sempre un premio per chi perde la guerra, quasi quasi conviene“.
Un monologo che insegna, dall’inizio alla fine, quanto sia ridicola la retorica del bianco e nero. Dei salvatori e dei salvati. “La libertà è alla portata di tutti, come la chitarra, ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà“.
Ascoltate qui il monologo commentato da Fabio Duranti.
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