Tra Prigozhin eroe e Prigozhin attore i fatti vanno a farsi benedire. Nella macchiettistica narrazione occidentale il tentato golpe del capo della Wagner calza a pennello per qualunque versione dei fatti.
Filone atlantista? Non resta che investire nella versione di una Russia indebolita, con Prigozhin alla stregua di un Robin Hood in grado di mostrare tutte le falle del sistema russo o comunque di mettere in evidenza le falle tra i colletti bianchi sovietici.
Se invece si volesse optare per la versione filorussa, basterebbe parlare di piano studiato ad hoc per far venire a galla i nemici del Cremlino, con l’esilio del capo della Wagner spiegato facile: non è stato ucciso perché comprimario nel piano di Putin.
La verità? Dura a dirsi. E proprio questo è il punto su cui ammonisce Fabio Duranti: “Potrebbe non essere vero nulla“. Per lo meno al momento.
Ma allora in che modo si scommette in una versione o nell’altra, se non in base ai propri desideri?
E’ quanto osserva oggi Tommaso Cerno su “L’identità”: “E’ una guerra dei desideri che serve ai leader per congratularsi con le scelte messe in campo finora e per ricostruire a posteriori il prequel di un’avventura che sta mettendo alla prova anche la tenuta di molti governi Nato.
Ma non siamo in un set televisivo, né tanto meno contribuiamo così tanto alla scrittura del copione di un conflitto che viene raccontato in modo propagandistico fin dai primi giorni“.
“E sempre nella guerra dei desideri“, scrive Cerno, “a un certo punto un Robin Hood, a metà fra un supereroe e un Garibaldi dei tempi digitali, dopo avere guidato un’armata contro l’Occidente ha capito che il popolo russo merita un destino migliore di Putin e così ha scatenato il suo esercito di mercenari al fianco del bene marciando verso Mosca e mettendo in difficoltà il nemico del mondo buono“.
Fatti non pervenuti. Solo la versione e il desiderio che piace di più, a costo di trattare un mercenario come un patriota dal cuore puro.
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