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Berlusconi e l’ultimo strappo incompiuto

Non è facile mettere a fuoco la figura di Silvio Berlusconi, soprattutto in un tempo più di cronaca che di storia.
Poi la storia si impasterà un po’ meno con la cronaca. E allora riusciremo a capire il peso di questa figura.
Ma è innegabile che già oggi si possa e si debba in qualche modo riconoscere a Berlusconi la forza di avere compiuto grandi strappi: dall’inizio alla fine. Ovviamente gli strappi più importanti, e più raccontati, sono gli strappi nel mondo dell’imprenditoria, dell’edilizia.
Strappi di queste visioni di città come Milano 2 e 3. Gli strappi sulla televisione: la capacità di rompere il monopolio della Rai e di costruire un’altra narrazione, che era la cosiddetta “narrazione commerciale”.

Si può vedere oggi come tutte le polemiche innescate sulla figura di Berlusconi e sul suo ruolo, siano un nulla rispetto al vero potere dei nuovi soggetti imprenditoriali globali, che agiscono sulla comunicazione nella comunicazione. E qui sì che c’è la capacità di divorare tutto.

Berlusconi era uno dei due player: c’era la RAI e c’era il mondo Mediaset.
Oggi invece ci sono pochi player, che in assenza di regole cannibalizzano il mercato pubblicitario, vedi Google, vedi il mondo Meta.
Ma vedi anche la capacità di essere editori e quindi censori di quello che non piace.
E guarda caso tu vai sempre a prendere YouTube, piuttosto che Facebook e compagnia cantante.
L’uomo Berlusconi è stato capace di compiere uno strappo anche su quello.

Ci fu poi il grande strappo che diede il via alla Seconda Repubblica, cioè quello di scendere in campo, come si diceva a metà degli anni ’90, e avere la capacità di cambiare il senso della politica, dai partiti ai leader.
Poi lo ripeto: sarà la storia a commentare quello che realmente fu.

L’ultimo strappo è quello che, ancora una volta, ha compiuto in solitaria, che nessuno capiva ma che stavolta Berlusconi non ha avuto la forza di portare avanti. Era lo strappo rispetto alla questione della guerra in Ucraina.
Berlusconi aveva capito che questa guerra non solo non può durare in eterno, ma scombinerà gli equilibri globali.
E l’Italia non può non avere un ruolo. Non lo avrà certamente se si mette a fare il paggetto più o meno titolato, più o meno graduato, rispetto all’America. L’Italia avrebbe dovuto giocare un ruolo diverso, di mediazione proprio sulla base dei rapporti consolidati, anche con la Russia. Avrebbe dovuto giocare sulla base della capacità italiana di essere un soggetto riconosciuto come mediatore.
E Berlusconi si poneva come mediatore.
Lui amava richiamare lo spirito di Pratica di Mare.


Al di là di quello, sicuramente Berlusconi aveva capito che l’Italia poteva avere un ruolo nell’istruire il tavolo di mediazione e di farne anche parte. Però però tutti gli altri no: non hanno avuto lo stesso coraggio di farsi rimbalzare anche le polemiche, di essere equidistante rispetto a Putin. Berlusconi sapeva benissimo che non tocca al mediatore essere equidistante da Tizio o da Caio.
Gli tocca invece essere riconosciuto come capace di costruire il tavolo di mediazione e lo scenario di mediazione.
Berlusconi non aveva paura rispetto a chi gli diceva: “Ti stai dimostrando troppo amico di Putin”.

Magari lo era, anzi sicuramente lo era.
Ma tanto ormai Putin non era più quel Putin lì.
Oggi non può che essere un altro Putin, nel momento in cui si siede al tavolo di mediazione.
Perché si siede da una forza che ha occupato, che ha invaso e che ha stimolato la guerra in uno scenario dove qualcun altro aveva costruito i presupposti perché Putin reagisse in quel modo. E poi si è ritrovato solo.
Si è ritrovato con un Governo dove gli stessi ministri, in quota Forza Italia, alla fine gli hanno detto: “Silvio lascia perdere, perché noi non stavolta non ce la facciamo”. E lui non aveva più la forza di compiere l’ultimo strappo.

Gianluigi Paragone

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