Strana partita tra due realtà diversamente incompiute, al di là delle possibilità di spesa e della soglia delle ambizioni. Vittima sacrificale, la Juventus della prima mezz’ora, ma non sacrificata sull’altare dell’acclarata inferiorità. La mostruosa combinazione tra Neymar e Mbappé per il vantaggio, poi il fraseggio tra le stalattiti bianconere per il raddoppio: stessa firma, stesso ghigno e premesse di diluvio. Invece gli uomini di Galtier, che ha la faccia di un peso medio che ha appeso i guantoni vent’anni prima, si smarriscono nelle premesse del proprio autocompiacimento. Basta per riportare Paredes e compagni in partita? Ancora no, la composizione delle prime pagine è già quasi ultimata.
Poi il PSG è un po’ vittima del proprio narcisismo pedatorio e la Juventus riacciuffa perlomeno l’incertezza del destino, per bilanciare in parte quella dell’identità. Il resto lo fanno autostima e una più sensata quadratura tattica, con Locatelli in luogo di Milik a tutela del fortino. Ma come, si domanderà qualcuno, un cambio conservativo quando si è in svantaggio? Tutto va contestualizzato nel giusto modo, con tanto di caviglia di Perin a mettere punti e virgole sul discorso della dignità prestazionale.
Sarebbe potuta finire in tanti modi, come vari episodi dell’esistenza di tutti; alla fine il tabellino traduce il concetto che anche con i fenomeni si può avere insipienza offensiva e che resuscitare almeno in parte quando già stanno stampando gli epitaffi è di per sé un sussulto di vita. I problemi non sono certo risolti, ma una convalescenza gestita attraverso la cura omeopatica del proprio orgoglio può essere una pietra di posa.
Paolo Marcacci
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