Ciò che a scuola ci annoiava, lui ce lo presentava sotto una veste differente: mai pedante, interessante per come enucleava i nessi tra i fenomeni e le concatenazioni logiche nei vari passaggi illustrativi. Non aveva bisogno di esibire il suo linguaggio forbito; anzi, se ne serviva per semplificarlo e renderlo funzionale alla comprensione del pubblico; un pubblico sempre più numeroso, non colto, se non in una certa percentuale, ma interessato, curioso. Perché Piero Angela sapeva suscitare interesse, ha saputo incuriosire fino all’ultimo: c’è un che di miracoloso, in questo; soprattutto se ci rapportiamo a questo nostro tempo fondamentalmente disattento, fintamente informato, con una soglia d’attenzione media quasi polverizzata.
E pure in un simile contesto, lui è riuscito a rendere bene l’idea della differenza che passa tra un registro nozionistico (per quello basta Wikipedia) e uno divulgativo, ossia atto a diffondere la conoscenza verso il maggior numero possibile di fruitori.
Non si è mai sentito un maestro, non ha mai preteso di essere definito tale. Proprio per questo, era uno dei pochissimi a esserlo davvero.
Paolo Marcacci
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