Il dott. Giuseppe De Donno aveva ragione. L’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova, che era stato in prima fila per la lotta contro il Covid-19, aveva intuito per primo le potenzialità della cura del plasma autoimmune. La sua ricerca aveva permesso di curare pazienti affetti dal Coronavirus attraverso la trasfusione di sangue proveniente dai guariti dell’infezione.
De Donno venne attaccato dai media, considerato figura ambigua e marginalizzato per le sue ricerche scientifiche. Le scoperte sul plasma iperimmune vennero accolte con scetticismo dalla società scientifica e considerate non attendibili. Uno studio, denominato TSUNAMI, condotto dall’Istituto superiore di sanità e dall’Aifa, Agenzia italiana del farmaco, bocciò di fatto la ricerca sul plasma, non evidenziando per i pazienti Covid-19 “un beneficio in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni”. Lo stesso De Donno in un suo intervento in audizione al Senato denunciò il silenzio colpevole di media e politica, puntando il dito contro i virologi Tv.
Colpito dagli strali degli accademia italiana e dell’informazione mainstream, De Donno si toglierà la vita nell’estate del 2021. Peccato non abbia potuto vedere lo studio che smentisce le istituzioni di ricerca italiane e che riabilita di fatto in toto il lavoro dell’ex primario del Carlo Poma di Mantova. La nota rivista The New England Journal of Medicine (Nejm) con un documentato articolo ora conferma l’efficacia del plasma iperimmune sviluppato da De Donno.
La ricerca, condotta da David J. Sullivan epidemiologo della John Hopkins University, è stata svolta su 1881 pazienti che hanno ricevuto una trasfusione entro i primi 6 giorni dall’insorgenza dei sintomi del Covid-19. L’efficacia del plasma iperimmune è stata dimostrata attraverso il confronto tra due gruppi, il primo curato con il plasma iperimmune e il secondo, utilizzato come gruppo di controllo, sottoposto a semplice plasma privo del processo di immunizzazione.
Lo studio del dott. Sullivan ha evidenziato una diminuzione del rischio relativo vicino al 54% e una crescente efficacia se somministrato con tempistiche ancora più precoci. La ricerca nelle sue conclusioni ha quindi confermato che “la somministrazione di plasma convalescente entro 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi ha ridotto il rischio di progressione della malattia che porta al ricovero in ospedale”. Confrontando inoltre la cura sviluppata da De Donno con gli anticorpi monoclonali, le ricerche di Sullivan hanno mostrato come questi ultimi abbiano forti svantaggi rispetto al plasma iperimmune in quanto “costosi da produrre, richiedono tempo per l’approvazione e potrebbero non essere ampiamente disponibili durante i picchi di infezione da Covid-19”.
La pubblicazione della John Hopkins University conferma in pieno le conclusioni scientifiche raggiunte dal prof. De Donno e riabilita pienamente lo studio del professore, colpito in vita da una propaganda accanita per il suo coraggio di “medico di campagna”, come amava definirsi con orgoglio, e ora solo in parte ripagato dai suoi sforzi e del suo sacrificio.
“Promuoviamo la Scienza”, diceva. Oggi la Scienza ha promosso lui.
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