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Prof. Becchi a gamba tesa sui guerrafondai da salotto ▷ “In questo Paese c’è un grave deficit culturale”

Continua la guerra verbale tra blocco Nato e Russia, mentre il conflitto in Ucraina non si ferma. Ultimo a parlare, ma primo in ordine di importanza è il presidente Usa Joe Biden, che alla possibilità armi chimiche russe ha ribattuto con un secco “la NATO risponderà“: apparentemente la meno virulenta delle sue dichiarazioni, ma forse la più importante dall’inizio del conflitto. Sarebbe infatti terzo conflitto mondiale in quel caso, un’ipotesi paventata anche dal premier britannico Johnson: “Armi chimiche? Sarebbe la fine di Putin” dice, mentre l’escalation della tensione va di pari passo con quella del rublo russo, che si apprezza nei confronti del dollaro dopo l’ultima uscita del Cremlino sulle vendite del gas con il rublo – appunto – unica moneta di scambio accettata.

In Italia la tensione si fa sentire invece sull’aumento delle spese militari dopo il dietrofront M5S annunciato da Giuseppe Conte, cui il PD risponde di “non mettere in difficoltà il governo“.
Una crisi dell’esecutivo non è così vicina secondo il filosofo Paolo Becchi, intervenuto ai nostri microfoni anche per rispondere all’interventismo sfrenato della stampa nostrana sull’ipotesi bellica: si sprecano difatti titoloni da primo Novecento sull’ipotesi cobelligerante al fianco dell’Ucraina, un atteggiamento che, come aveva sottolineato giorni fa il segretario del PC Marco Rizzo, “è meno prudente di quello dei generali“, e che buona parte dell’opinione pubblica sembra digerire in barba a un elemento che in momenti come questo dovrebbe farla da padrone: “La diplomazia“.

Non è il momento di criminalizzare“, dice Becchi a Stefano Molinari, “l’Ucraina ha diritto a rimanere Stato indipendente come la Russia ha diritto a pretendere che nel Donbass non accada ciò che è accaduto in questi ultimi 8 anni“. Richieste legittime che la propaganda filoatlantista e annessi seguaci non sembrano voler neppure prendere in considerazione, “anche perché in questo Paese c’è un grave deficit culturale“. Lo stesso che impedisce alle persone di capire una ricerca come quella dell’Università di Priceton, risalente a due anni fa e spolverata dai media americani, secondo cui in caso di guerra atomica si potrebbe arrivare a 90 milioni di morti in poche ore.

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