La visione dogmatica dello statalismo come il male, opposto alla libertà dell’individuo, offre la porta di casa allo speculatore esterno e soprattutto allo speculatore estero che invade la penisola e da quel momento la occupa senza soluzione di continuità in tutti i suoi gangli decisionali, politici, culturali, finanziari, formativi e della comunicazione.
Le idee di Friedrich von Hayek prima e di Friedman poi trovano terreno fertile in un tessuto culturale, come quello italiano, che in origine era lontano da tali culture. Si iniziano in quegli anni a creare i dogmi che ancora oggi sentiamo ogni giorno da qualsiasi telegiornale. La ricerca assoluta del PIL, la crescita incessante dei consumi, la riduzione del ruolo dello Stato. C’è una contrapposizione di culture.
La cultura italiana è una cultura che ha origine storica e antica nella forza dello Stato. Il fatto che noi avessimo delle Province, dei Comuni e un numero di città nate nel Medioevo superiore ad ogni altro paese quantomeno europeo, aveva creato una divisione forte soprattutto da Nord a Sud che a un certo punto viene superata proprio dal concetto di Stato. Il successo nel secondo dopoguerra, del cosiddetto miracolo italiano, avviene perché noi avevamo le banche di Stato. Non possiamo dimenticare che il nostro sistema bancario per lungo tempo è stato un sistema pubblico.
Non possiamo dimenticare che per lungo tempo noi avevamo un sistema di banche piccole che sostenevano la piccola impresa. Non possiamo dimenticare che imprenditori come Enzo Ferrari furono finanziati da banche locali. Quindi non dimentichiamo che nel momento in cui noi combattiamo lo Stato, attraverso una classe politica infima come l’elezione dell’ultimo Presidente della Repubblica col rinnovo di Mattarella ha dimostrato, abbiamo perso la cultura pubblica e siamo nelle mani delle corporation internazionali esterovestite.
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