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De André, non al denaro, non all’amore né al cielo

“Da ventitré anni celebriamo il miracolo laico delle sue rime sempre presenti, del suo esserci d’aiuto nella lettura della realtà, della sua anarchica diffidenza nei confronti di ogni veste che il potere può indossare”

Con le parole ha plasmato un mondo: un mondo che in teoria non gli apparteneva; che in realtà nessuno meglio di lui ha saputo raccontare. Cantandolo, dopo averlo scritto, con una voce che era già di per sé una forma di poesia e forse per questo le sigarette gliel’hanno preservata, fino alla fine.
Il mondo che ha narrato in musica, dicevamo, è quello degli ultimi, dei reietti, di destini stretti e costretti come i carruggi di Genova, ombra perenne ma senza pudore, salsedine incrostata sulle mura che celano lenzuola a buon mercato, mezze ore d’estasi più o meno proibite, dove nel frattempo si son scuriti i volti, tra il calore dei forni dove la focaccia è punteggiatura quotidiana, ma restano oscuri i destini.

Fabrizio De André quei destini avrebbe potuto continuare a guardarli, o ignorarli, dall’alto di un palazzo dove il suo cognome garantiva lezioni di pianoforte e il francese parlato in casa, come regola e come abitudine. Si è invece appeso a una corda di chitarra per calarvisi in mezzo, privando le aule di tribunale di quello che a suo dire sarebbe stato un pessimo avvocato.

Aveva già scelto un altro modo di usare le parole, esaltandole con una cura maniacale, curandone l’effetto acustico che, prima del sopraggiungere delle note musicali, c’è nella cadenza degli accenti, nelle figure retoriche che suggeriscono stati d’animo, nella lunghezza di versi come l’endecasillabo o il novenario, gli stessi di Dante o Leopardi: è stata la sua maniera per restituire la dignità che mai avevano avuto i suoi ladruncoli, i suoi ubriaconi e le sue puttane; per questo Marinella nei suoi versi si merita un principe; per questo in una stanza a ore di Via del Campo può germogliare il verso più bello del novecento, letterario o meno che sia, poetico per forza ed evidenza, secondo il quale – Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior… -.

Nella ricorrenza del suo ultimo undici gennaio, scopri allora, una volta ancora, che non se n’è andato mai: nessuna morte è riuscita a sequestrarlo del tutto, lui che un sequestro lo subì davvero e che riuscì a sposare le ragioni dei banditi sardi che gli avevano tolto la luce.
Prova a chiedere a un quindicenne se per caso conosca i suoi versi o sappia accennare le sue melodie e ti ritroverai a fischiettarle assieme a lui.

È il miracolo della poesia, come quella di Jonas il suonatore, che De André ha saputo cantare ancora meglio di quanto Edgar Lee Masters lo abbia scritto, senza essere mai del tutto debitore – Non al denaro, non all’amore né al cielo… –

Da ventitré anni celebriamo il miracolo laico delle sue rime sempre presenti, del suo esserci d’aiuto nella lettura della realtà, della sua anarchica diffidenza nei confronti di ogni veste che il potere può indossare: scritto ogni tanto, ancora oggi, sui muri delle città come nelle antologie scolastiche, passato alla radio, tenuto in caldo per ogni evenienza delle nostre vite in cui… aveva ragione De André quando scrisse così.

Prof. Paolo Marcacci

Paolo Marcacci

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