Se ne è andato un altro pezzo di storia. Storia di football e di giornalismo. Storia di un uomo, Mario Pennacchia dinanzi al quale la mia generazione provava rispetto e timore, come si deve a certi fuoriclasse della penna. Mario amava la Lazio, amava scrivere, amava raccogliere, amava scavare, amava capire, questo era il nostro mestiere senza i supporti tecnologici.
Era l’uomo che preannunciava le designazioni arbitrali, il suo registro grane come quello di certi professori al liceo, conteneva dati e studi, quindi elaborava, come un computer, la notizia e c’era sempre la sorpresa, il colpo di scena. Anche nella voce, a volte raschiata, a volte cupa e scura, Mario suggeriva l’attenzione e il rispetto, il suo talento è stato dimenticato da una ciurma di cronisti senza un passato, dal futuro incerto e con un presente fragile. Molti lo avevano dimenticato, per ignoranza, quando ha preso a circolare l’annuncio è come se ci avessero portato via un libro, un abito, qualcosa e qualcuno che sentivamo appartenerci ma con la prudenza e l’accortezza dovute.
I suoi scritti restano non come semplice memoria da biblioteca ma respiro di un uomo che mi ha regalato un atlante di storie e di racconti. L’ultima volta provò a rileggermi i passi del libro su Moro e la sua vita disperata, lo ascoltai in silenzio e lui si commosse.
Tony Damascelli
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