La ricetta per risolvere i problemi economici di un intero settore non può consistere nel far guadagnare di più coloro che già sono più ricchi degli altri, peraltro rendendo ancora meno importanti quelli che già in partenza hanno meno possibilità.
Che poi Florentino Perez e Andrea Agnelli siano tentati dall’idea non solo non ci sconvolge, ma in un certo senso avvalora il nostro ragionamento. Che nemmeno ragionamento è, perché non bisognerebbe ragionare sui dati di fatto.
Certo, lo sappiamo che l’imperscrutabile Ceferin e la UEFA non siano nemmeno loro dediti al socialismo calcistico o a un football equo e solidale; il fatto è che il progetto della Superlega nega già nel suo assunto filosofico la possibilità all’accesso per meriti acquisiti a chi non può vantare un certo pedigree e un determinato blasone. Al di là degli escamotage delle formule e delle definizioni che gettano l’osso delle illusioni a una percentuale di club che potrebbero di anno in anno aspirare a entrare in questa ipotetica élite attraverso i tanto decantati (ma negati nella sostanza) “meriti sportivi”.
A noi basta esibire un piccolo esempio che affonda le radici nel leggendario calcio europeo per club di qualche decennio fa: con una simile formula, negli anni settanta, non avremmo potuto vedere indimenticabili realtà calcistiche fiorite con certe generazioni di calciatori, come l’Ajax di Cruijff o il Bayern Monaco di Beckenbauer, scrivere le loro rispettive leggende in giro per l’Europa; perché, almeno inizialmente, non avrebbero avuto la possibilità di confrontarsi con i migliori.
Paolo Marcacci
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