Non ve la prendete col Mugello, tracciato bello e spettacolare, fino a ieri magnificato da tutti, a cominciare dai piloti, che si sono espressi con giudizi entusiastici. Prendetevela casomai coi regolamento, o col modo in cui alcuni piloti interpretano le procedure.
Sempre meglio e sempre più divertente il circuito toscano rispetto a uno dei tanti “tilkodromi” voluti da Ecclestone, in sintesi.
La Ferrari per il via numero mille ha una tinta tendente all’amaranto, perché così era quella del 1947, la 125 S, prima vettura uscita dalle fabbriche del Cavallino. Il fatto è che qualunque tinta può essere sverniciata se la Renault o la Racing Point di turno possono contare su più di venti chilometri orari in più a livello di velocità massima. Ancora una volta l’imbarazzo, per paradosso, è aumentato dalla certosina applicazione dei piloti: Leclerc soprattutto in prova è andato oltre le possibilità della monoposto; Vettel ha esibito lucidità nei momenti più pericolosi della bagarre. La storia va onorata, insomma; aggrapparsi solo a quella è da perdenti.
Il gesto tecnico che ci resta negli occhi, alla nuova partenza dopo la pericolosissima collisione in regime di Safety car, è lo spunto di Lewis Hamilton, subito dopo i metri guadagnati da Bottas: chiusura su Leclerc e sorpasso perentorio sul compagno di squadra. Applausi.
Ancora una volta, un grande, lucido e tenacissimo Daniel Ricciardo. Delle sue prestazioni si parla sempre meno di quanto meritino. Indipendentemente dal piazzamento finale di una gara come quella odierna, che a tredici giri dalla fine è dovuta ri-ri-partire in regime di safety – car dopo la collisione di Stroll.
Il finale vive e vibra tra le proteste nei team radio e il riavvicinamento di Bottas a Hamilton e, dopo l’ultimo impressionante spunto di Ricciardo che era arrivato a occupare la seconda piazza, con il plauso per Albon che termina terzo, sempre con la Renault del “Driver of the day” nel retrovisore.
Caldissima, assolata e rocambolesca Toscana, Cavallino storno, pascolianamente, quello del millesimo gran premio. Anche qua, come nella poesia, non si è ancora capito chi sia l’assassino.
Paolo Marcacci
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