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Non chiamateli odiatori, sono dei (pericolosi) cogl***i

Il paradigma più utile sono sempre le arcinote parole di Umberto Eco. Loro, i frustrati, diciamo pure gli sfigati che spruzzano e sprizzano un rancore casuale sono gli stessi di sempre, quelli che decenni fa ordinavano un quartino e una gassosa al bar e poi vomitavano “sentenze” casuali sono gli stessi di sempre. A essere cambiati sono i canali comunicativi di cui possono disporre o, per rendere ancora meglio l’idea, la cassa di risonanza.

Dare voce a qualsiasi idea, anche quando i concetti espressi evidenziano l’assenza o la distorsione del pensiero, con un potenziale di diffusione quasi illimitato. È il truciolato della democrazia, il suo inevitabile residuo di scorie, se vi piace la definizione. 
Fino a ieri Silvia Romano, da stamattina la voce rotta della Ministra Bellanova durante la conferenza di ieri: target ideali per il travaso di bile a mezzo social; obiettivi facilmente raggiungibili per chi dà sfogo al gusto di bullizzare purchessia, come fanno certi ragazzini ineducati e già educati alla sopraffazione nelle scuole. Tutti potenziali bocconcini per il pesce più grande di loro che inevitabilmente troveranno sul loro cammino, questi ultimi. 
La discriminante del canale virtuale è fondamentale, in questo discorso: offre la facilità di centrare l’obiettivo, a maggior ragione quando è indifesi; fornisce all’occorrenza la scappatoia di identità fittizie; allarga la platea a dismisura. Per un esercito di gente o GGente se preferite, composto per la stragrande maggioranza da una serie di soggetti che, nella vita reale, sono l’obiettivo privilegiato del primo schiaffo che vola, o della prima “pizza” come diciamo a Roma. Talmente codardi che starebbero ad aspettare pure il secondo. 

Però non chiamateli “odiatori” o “haters” se preferite anglicizzare: seppur deprecabile, l’odio è un sentimento a suo modo nobile, elevato, in certe sue forme più puro dell’amore. Questi sono solo, quando sparano all’urbigna, per dirla con Montalbano, dei poveri coglioni. Perdonate la licenza, dovuta alla ricerca di efficacia. Sono però pericolosi, perché sono una moltitudine e non hanno ben chiaro il concetto della loro colpa e delle possibilità che si hanno, da parte delle vittime, di fargli pagare dazio. Sono ignoranti persino circa i rischi che corrono. Perciò bisogna segnalare, segnalare sempre di più. Punire, denunciare. Fargli passare la voglia, direbbero le nostre nonne. 

Alla fine di questo discorso, bisogna anche precisare che non dobbiamo incappare nell’errore, grossolano, di attribuire certi atteggiamenti a una sola parte politica, cioè quella, quale che sia, contraria ai nostri principi. È un atteggiamento trasversale, seppure con diversi gradi di concentrazione. Di certo ci sono esponenti politici che lo catalizzano e lo cavalcano con più efficacia e frequenza rispetto ad altri, su questo non c’è dubbio. 
Del resto, per chiudere, l’Italia è ancora oggi, per certi aspetti, il paese dove nacque e si diffuse con una certa facilità il Movimento dell’uomo qualunque, fondato da Guglielmo Giannini nel 1944. E il qualunquismo è come quelle erbacce spontanee che bisogna sradicare sempre, affinché non tolgano il nutrimento al fiore della democrazia. Ben sapendo che rinasceranno, con la consueta facilità.

Paolo Marcacci

Paolo Marcacci

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