Il Decreto Rilancio è legge: pubblicato finalmente sulla Gazzetta Ufficiale, il Decreto Legge 19 maggio 2020, n. 34 entra ufficialmente in azione. “Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”: questa la dicitura completa.
Al suo interno indicazioni per la distribuzione di 55 miliardi di euro a sostegno di imprese, artigiani, commercianti, professionisti, lavoratori e famiglie da applicarsi nella nuova fase di ripresa economica e sociale del Paese.
Ma questo decreto servirà a colmare le lacune lasciate dai precedenti? E soprattutto, sarà sufficiente a sostenere la crisi che grava su tutto il paese?
Stefano Raucci e Francesco Di Giovambattista ne hanno parlato in diretta con il Direttore di Gazzetta Amministrativa Enrico Michetti. Ecco le sue riflessioni.
“Questo è il primo decreto di una qualche sostanza. Non però di rilancio: di sussidio, di sostegno. Un sostegno ancora blando, non è soddisfacente. Però già si vede qualcosa. L’unico vero rilancio, l’unico vero investimento è quello relativo all’edilizia. Però è l’unica, il rilancio è un’altra cosa. Qui si sta cercando di garantire ad alcuni una qualche sussistenza, però è ancora poco. Mancano tutte le riforme strutturali che garantiscono la sussistenza e a settembre i problemi torneranno tutti.
Per rilanciare gli strumenti dovrebbero essere forti: tu quest’anno le tasse le dovresti togliere, soprattutto a coloro che non hanno entrate.
Poi misure francamente più estetiche come quello di sostenere con 500 euro l’acquisto della bicicletta… 500 euro se li dai a chi effettivamente non arriva alla fine del mese probabilmente non acquista la bicicletta, va a fare la spesa. E poi non sono 600 euro che possono garantire a una famiglia la sussistenza, con 600 euro mandi una famiglia alla Caritas. Mi sembrano misure ancora… Carezze, ecco, poca roba. Se si facesse una sola riforma che taglia la burocrazia non di tanto, di un 10%, tu già hai fatto una manovra da 50 miliardi di euro”.
“I nostri negozi rappresentano la filiera espositiva di questi grandi network. Loro non hanno necessità di fare pubblicità in radio o in televisione, loro sfruttano, speculano, fanno concorrenza sleale nei confronti di chi tiene aperta una vetrina. Di chi attraverso quella esposizione fanno ingolosire il cliente che poi li acquista a una percentuale inferiore da loro e non dal negoziante. Questa speculazione deve finire, non puoi fare una concorrenza sleale mettendo al 30% in meno su internet. Stare sulla strada costa. Costa tutto. Loro non hanno quei costi, ma si giovano di quella esposizione. E lo Stato non fa nulla, anzi pretende che paghi il 70% di tasse. Quel commercio lo dobbiamo riportare sulle strade. Se tu lo riporti sulle strade alla gente non hai bisogno di dare nulla”.
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