“Coronavirus, lockdown e stop alle industrie servono davvero? Lo studio italiano“: questo il titolo dell’articolo del Correre della Sera che presenta la ricerca di un team internazionale di scienziati.
Oggetto dello studio, un sistema predittivo dell’andamento dell’epidemia secondo il quale sarebbero i primi 17 giorni a fare la differenza sull’entità dei contagi, non il lockdown. Il modello predittivo delle vittime coinciderebbe cioè “in tutti i Paesi, anche in quelli dove le industrie non sono mai state chiuse e i cittadini sono liberi di muoversi, come la Germania o la Svezia”.
Oltre i 17 giorni, dunque, bloccare il paese o non bloccare il paese è un’azione che non comporta alcuna differenza?
Stefano Molinari e Luigia Luciani ne hanno parlato con uno dei membri del team, il Prof. Stefano Centanni, ordinario di Malattie dell’apparato respiratorio all’Università di Milano e direttore dei reparti di pneumologia degli Ospedali San Paolo e San Carlo. Ecco cosa ha detto.
“L’obbiettivo di questo studio era quello di cercare di capire se è possibile mettere a disposizione di chiunque un modello di previsioni che possa essere abbastanza affidabile. Non è minimamente un lavoro che si sia mai proposto di verificare l’efficacia o meno del lockdown.
Un lavoro scientifico presenta dei dati, poi le osservazioni, le interpretazioni, le opinioni che da questi dati possono venire dipendono dalla sensibilità di ciascuno. Quello che a noi sembra importante è che questo modello predittivo, che ci sembra assolutamente realistico e aderente alla realtà, è uno strumento valido.
Quelli che sembrano gli aspetti prevalenti sono dovuti a quello che in termini tecnici chiamiamo super-spread event, cioè i focolai che esplodono improvvisamente che condizionano in maniera importante l’evoluzione dell’epidemia. Poi un’altra cosa che appare abbastanza evidente è che le misure di contenimento sono tanto più efficaci quanto sono più precoci”.
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