Dunque si gioca. A porte chiuse, ma si gioca. E l’italiano in quarantena avrà comunque il suo giocattolo preferito, sferico e di cuoio, più o meno. Sarà un calcio solo televisivo e la differenza, rispetto a prima, non risulterà eccessiva: non è che tutti gli stadi sino a questo momento abbiano festeggiato l’esaurito. La tribuna più frequentata è il divano di casa.
Con le porte chiuse sarà salvaguardato almeno lo sport nazionale, deve aver pensato chi ci guida dall’alto. Ma a calciatori, tecnici, massaggiatori, arbitri, operatori televisivi qualcuno ha rivolto un pensiero? Le squadre si recheranno allo stadio in pullman, un calciatore accanto all’altro, come in metro. Si ritroveranno negli spogliatoi. Saranno vicinissimi, altro che un metro di distanza, anche in campo.
Chiudere tutto almeno sino alla fine di marzo non sarebbe stata un’eresia. Il Paese non è forse più importante di un campionato di calcio?
Va ricordato che in ballo ci sono anche gli Europei e le partite di Champions ed Europa League. Per non parlare dei Giochi Olimpici. Un problema globale, non solo italiano.
Comunque è deciso. Daremo un pallone al popolo affamato. Se non altro è finito il balletto delle date. Accendiamo la tivvù, forza. E viva i nostri.
Roberto Renga
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