Premessa: qualsiasi decisione, in questa fase, risulterebbe discutibile, come accade sempre nei momenti di emergenza, con la conseguente fibrillazione indotta dalla (auspicata e auspicabile) tempestività delle misure da porre in essere.
In questo caso parlo da conoscitore del mondo della scuola pubblica, essendo anche un insegnante di lettere e svolgendo, di conseguenza, una parte della mia vita lavorativa in un istituto “comprensivo”, vale a dire con alunni che vanno dai bambini della primaria ai ragazzi della secondaria di primo grado, ossia la scuola media, quella in cui insegno italiano, storia e geografia.
La salvaguardia dell’andamento normale delle attività cittadine, in una metropoli come Roma, è fondamentale, perlomeno fino a quando sussistono le condizioni minime per porla in essere: siamo tutti d’accordo. Detto ciò, la realtà di questi giorni è in continua mutazione, di ora in ora, con il contagio, senza focolai autoctoni, va detto, che ormai è approdato nella Capitale; pur con tutti i distinguo che i competenti in materia potrebbero illustrarci in dettaglio.
Francamente, comincia a sembrare ineludibile una chiusura degli istituti scolastici, anche se nel momento in cui scrivo non c’è ancora alcuna comunicazione del Campidoglio in merito. Il ragionamento che, dall’interno di questo mondo di cui faccio parte, scaturisce a mio avviso spontaneamente, visti gli accadimenti delle ultime ore, si basa su due osservazioni.
Questi due motivi, in particolare, cominciano a farmi pensare che nei prossimi giorni la chiusura delle scuole nella Capitale sia una misura difficilmente eludibile. Ma questo è soltanto un ragionamento, dall’interno del “cosmo” scolastico ripeto, le cui sfumature voglio condividere con i lettori di radioradio.it.
A questo punto però vi saluto perché, come ogni sera, preparo la borsa con i libri e gli appunti per domattina. Fino a prova contraria, s’intende.
Paolo Marcacci
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