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35 anni fa, “il” film

C’è una retina più potente di quella dei nostri  occhi, per imprigionare i ricordi: è l’obiettivo della cinepresa, che attraverso immagini di una storia quasi sempre inventata sembra parlare e riflettere per conto degli stati d’animo e del vissuto reale di tutti noi. Forse per questo il cinema è l’arte che riesce a riunire tutte le altre. Forse per questo a uno sguardo corrispondono note musicali, toni di voce, sfondi. Si chiama sinestesia, fusione e confusione delle varie percezioni sensoriali. Come se il tintinnio protratto di un cucchiaino da caffè contro la ceramica della tazzina riuscisse a trafiggere un’anima, a oscurare un orizzonte. Il grande cinema, del resto, è sempre nei dettagli: più sono dissimulati nella scena che li contiene, più restano impressi. Paradosso dei capolavori. 

Esattamente trentacinque anni fa Sergio Leone portava nelle sale di tutto il mondo “C’era una volta in America”; nemmeno lui poteva ancora sapere che sarebbe diventato il film che contiene tutti gli altri. È una definizione nostra, si può non essere d’accordo. 

Però ogni volta che lo vediamo, senza soffrire il tempo nemmeno nella sua versione più estesa, ci ritroviamo noi stessi: non siamo mai stati giovani gangster ebrei nella New York del Proibizionismo, certamente; però siamo stati spesso e alternativamente Noodles e Max, abbiamo avuto amicizie che ci hanno tradito, o noi stessi abbiamo disatteso quei patti scritti con l’inchiostro della fiducia. E tutti, pur se non abbiamo mai toccato nemmeno uno spinello, siamo entrati in quella fumeria d’oppio assieme a Noodles, con la coscienza annebbiata e con l’interrogativo irrisolto su come sarebbero potute andare le cose. Su quanto sarebbe stata diversa la vita se…ognuno ha il suo “se”, o la sua Deborah del cui amore non ha saputo essere all’altezza, salvo poi tenerselo dentro per tutta la vita. 

Ecco perché, quasi ancora all’inizio del film, quando De Niro torna nella vecchia locanda, da chissà dove, dopo chissà quanto tempo, la sua risposta all’incredulo “Fat”, che ancora deve essere svelata dal prosieguo della storia, già però parla direttamente ai nostri stati d’animo.
– Cosa hai fatto in tutti questi anni? –
– Sono andato a letto presto -.

Paolo Marcacci


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Paolo Marcacci

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