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Tradito dallo Stato Italiano, il programma di protezione testimoni che non funziona

Dead men walking: come il peggiore dei riferimenti letterari, gli uomini morti che camminano esistono davvero e non sono i protagonisti di un romanzo di Stephen King. Per gli informatori dello Stato non esistono vie d’uscita. Finito il lavoro non c’è la normalità ad aspettarli e nemmeno la sicurezza di arrivare vivi a fine giornata.

Secondo quanto riporta l’inchiesta del Guardian, il sistema di protezione testimoni italiano è un sistema rotto. Un programma incapace di provvedere alla sicurezza e al supporto di quelle che finiscono per diventare vere e proprie vittime dello Stato. Le cause? Problemi di budget.

E’ la storia dell’ex infiltrato Gianfranco Franciosi, conosciuto da tutti come Giannino. Nel febbraio 2009, una volta finita la sua missione da “spia” nella criminalità organizzata, ha iniziato una vita di fughe, tentativi di suicidio e paura. Il suo lavoro ha portato all’arresto di numerosi trafficanti di droga e al sequestro di tonnellate di cocaina. Un intervento fondamentale per lo Stato, che lo ha poi lasciato totalmente solo ad affrontare tutte le minacce di morte dei narcos a cui ha voltato le spalle.

“Io ho tradito i narcos, ma lo Stato italiano ha tradito me”

Gianfranco Franciosi è solo uno dei tanti ex informatori di polizia e testimoni di Stato necessari nelle operazioni. Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, circa 6200 persone sono sotto protezione in Italia, compresi i familiari. Testimoni ai quali lo Stato dovrebbe versare uno stipendio mensile di circa € 1000-1500 ciascuno, più altri € 500 al mese per ogni membro della famiglia. Soldi che non vengono erogati, secondo lo Stato, per “mancanza di risorse economiche“.

“Pochissimi informatori riescono a ricominciare – racconta al Guardian Piera Aiello, testimone di giustizia ed ex deputata – la maggior parte degli informatori di polizia e dei testimoni di Stato finisce in bancarotta o soffre di depressione. Non c’è nemmeno supporto psicologico per questi uomini e donne costretti a vivere come prigionieri, i mafiosi invece sono ancora in libertà”.

Redazione

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