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Franco forte, Inter debole

Franco forte, Inter debole. Fuori dall’Europa League, fuori dalla Coppa Italia, fuori dal giro scudetto e con il rischio di saltare in aria per il terzo posto se non per il quarto. Ha perso l’Inter, ha perso Spalletti, ha perso Icardi, ha perso Zhang, hanno perso  tutti in questo gruppo pazzo, capace di farsi del male sempre, indeciso a tutto, vuoto di quello spirito chef fu della grande Inter di Moratti padre e di Moratti figlio. Questa dei cinesi è uno scherzo, questa non è una squadra ma un insieme di ragazzi che non sanno bene che cosa fare e a chi rispondere se poi Wanda Nara e la sua orchestra prendono il sopravvento. Non ci sono alibi, d’accordo le assenze degli infortunati e affini ma insieme con loro

Assenza di gioco, assenza di ritmo, assenza di idee, assenza di orgoglio. Presenza di paura, presenza di incertezza, presenza di limiti tecnici. Il risultato, si dice e si scrive spesso, è bugiardo in questo caso significa che l’Eintracht di Francoforte ha buttato via sei occasioni chiarissime di chiudere la partita, dopo il gol iniziale causato da una gaffe di De Vrij che è il parente del difensore laziale, così come i suoi sodali di Roma Keita e Candreva, presi a pernacchie e fischi dal pubblico di San Siro, Epilogo amaro ma in fondo prevedibile perchè l’Inter non ha corpo e si trascina negli equivoci, partendo dalla sua guida tecnica, da un allenatore che si avvita nelle parole e nei pensieri così come i suoi uomini che parlano football e si liberano del pallone come se fosse avvelenato o velenoso.

Se non ci fosse stato Handanovic scriveremmo di goleada tedesca, il portierone ha salvato la faccia a sodali impacciati e intimoriti dal gioco lento ma compatto e arioso dell’Eintracht, a un certo punto Spalletti ha mandato in campo due babies, Esposito e Merola praticamente facendoli assaggiare il carbone di una notte maligna. L’impiego di Ranocchia nel finale ha ribadito il viva il parroco che piace molto al certaldese, ormai a fine corsa. Quando nel Francoforte è entrato Paciencia è sembrata quasi una beffa, una sigla di chiusura, mentre San Siro strillava e cantava in Tedesco e gli italiani interisti se le svignavano pensando al derby di domenica, un’altra notte da incubo.

Tony Damascelli

Tony Damascelli

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