Veleno. Non altro. Perdere così è come morire quando si spera di sopravvivere. Non dico vivere. Roba da Lazio, maledetta questa partita strana ma che, con il passare dei minuti, sembrava segnata. Quel pallone calciato all’ultimo secondo da Criscito è sembrato l’epilogo di un film che avevamo visto e previsto. La Lazio paga gli assenti (e un altro infortunio, Radu) e i propri limiti, paga errori decisivi nel momento in cui avrebbe potuto uccidere il risultato e l’avversario. E invece si ritrova con le mani piene di sabbia dopo aver creduto di avere trovato la perla nel mare di Genova, il gol di Badelj (ricomparso per disgrazia ricevuta sui radar di Inzaghi) e un’ora di gioco più che dignitoso.
Quei venti minuti finali sono stati una marcia in salita, faticosa, affannata quasi sapendo come sarebbe andata a finire. Non è il caso di infierire, la squadra ha dato quello che poteva e doveva, anche la sfortuna sul suo cammino difficoltoso, avversato da una serie di guai, muscolari e affini, che devono far riflettere l’allenatore e il club. Ma questo è un altro discorso. La zona champions si allontana, altrove hanno trovato improvvisamente il paradiso, a Roma si scivola e si cade nelle buche. E stavolta non c’entra il sindaco.
Tony Damascelli
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