Raramente me la prendo con gli allenatori, che ovviamente ne sanno più dei commentatori. Però certe sofferenze si notavano anche da casa e già in avvio. Fasce laterali inesistenti, il solo Matuidi a cercare di fare il terzino, il mediano, l’ala sinistra. Marione mai in partita, Dybala a sprazzi, Bentancur timido, De Sciglio con la testa tra le nuvole.
Anche in un primo tempo a salve, si vedeva che la Juve era un portiere, due difensori centrali e Cristiano, comunque marcato benissimo da una difesa impenetrabile. Che critiche si potevano fare a quel punto? Detto dei singoli, un’altra e pesante: la Juve non riusciva a gestire la partita, come, per esempio, aveva invece fatto il Bayern a Liverpool.
A quel punto ci si chiedeva che cosa sarebbe successo qualora l’Atletico avesse alzato il ritmo. Si è visto: due Var, un’occasione buttata, una traversa e due gol segnarti dai difensori su palla inattiva. Poco ritmo, niente gioco, silenzio della panchina, che ha solo infilato Emre Can.
L’allenatore, in certi casi, se c’è deve battere un colpo. Allegri non l’ha fatto. Una sconfitra netta: l’Atletico correva, litigava, urlava, faceva blocco e contropiede e la Juve, intimorita, ha alzato le braccia: dai, sparatemi.
Ora il ritorno e tutto teoricamente è possibile, però ricordiamolo: fare gol all’Atletico è un’impresa. Non siamo in Italia, ma in Europa.
Roberto Renga
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