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La verità sul diesel russo che l’Europa scoprirà presto

Sono giorni movimentati sull’asse Stati Uniti, Russia e Ucraina. Donald Trump ha dato il via a una serie di mosse strategiche che non riguardano soltanto Washington, ma che potrebbero spostare ancora una volta gli equilibri sullo scacchiere geopolitico mondiale.

Ricostruire le intenzioni di Trump sulla questione ucraina apre nuovi scenari e aiuta a comprendere le posizioni dei protagonisti. Sullo sfondo ci sono l’Unione europea e l’Italia, alle prese con le possibili conseguenze economiche ed energetiche di questa svolta.

Dai colloqui estivi al nuovo scontro diplomatico, ripercorriamo le tappe che hanno coinvolto Trump, Putin e Zelensky, fino alle scelte che attendono Bruxelles e il governo italiano.

Trump e Zelensky: dall’estate diplomatica ai tentativi di rilanciare i negoziati

L’8 luglio Trump e Zelensky si incontrano a margine del vertice NATO di Ankara, in Turchia. È il punto di partenza di una fase che le cronache descrivono come più distesa. I precedenti erano stati altalenanti, segnati dal durissimo scontro nello Studio Ovale del febbraio 2025 e da relazioni meno tese negli ultimi mesi.

Sullo sfondo, i colloqui di pace per una guerra ormai quadriennale erano bloccati. Zelensky stava cercando di rilanciarli attraverso i contatti con gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner.

A fine luglio il presidente ucraino torna alla Casa Bianca. L’incontro si svolge a porte chiuse, senza dichiarazioni congiunte, ma Trump lo giudica positivo. Sul tavolo ci sono sia il dossier militare sia quello diplomatico: Zelensky propone un incontro con Putin e un cessate il fuoco completo, mentre Trump definisce un faccia a faccia tra i due presidenti una buona idea.

Il risultato concreto è l’accordo per una visita di Witkoff e Kushner a Kiev, con l’obiettivo di rilanciare i negoziati.

La missione di Witkoff e Kushner tra Mosca e Kiev

La missione arriva a settembre e segue un ordine preciso: prima Putin, poi Zelensky. Il sabato Witkoff e Kushner incontrano il presidente russo a Mosca, domenica arrivano a Kiev. È la prima visita di inviati americani in Ucraina da quando Trump è tornato alla Casa Bianca.

A Kiev vedono anche i consiglieri per la sicurezza nazionale di Germania, Francia e Regno Unito. Kushner afferma che Trump è determinato a chiudere la guerra e Zelensky annuncia un prossimo vertice trilaterale tra Ucraina, Europa e Stati Uniti.

All’Assemblea generale delle Nazioni Unite il rapporto tra Trump e Zelensky sembra al suo punto più alto. Il presidente ucraino dice di sperare che la guerra finisca prima dell’inverno con l’aiuto americano. Trump ripete che Putin è disposto a incontrarlo e vuole la fine del conflitto: affermazioni già sentite altre volte, senza che ne sia seguito un incontro.

Un funzionario americano descriverà questo periodo come il risultato di sei mesi di buona volontà, poi erosi da Zelensky nelle fasi successive.

Elezioni di metà mandato e caro carburanti: la pressione su Trump

Il vero colpo di scena arriva a ottobre. Per comprendere le ultime decisioni di Trump bisogna partire da una scadenza: il 3 novembre gli Stati Uniti votano per le elezioni di metà mandato, un passaggio fondamentale per valutare la tenuta del partito di governo.

I sondaggi non sorridono al presidente e ai repubblicani. Una parte degli elettori, compresi sostenitori un tempo fedeli al movimento MAGA, ha cominciato a prendere le distanze.

Tra i motivi del malcontento c’è soprattutto il prezzo del diesel, che negli Stati Uniti ha raggiunto livelli record. L’aumento, legato soprattutto alla guerra in Iran, pesa in particolare sulle aree rurali e agricole: territori sui quali Trump ha contato per conquistare la Casa Bianca.

Per recuperare consenso, dunque, il presidente americano punta a intervenire rapidamente sul costo dei carburanti.

Il 9 ottobre: i colloqui di Miami e la svolta sul diesel russo

Il 9 ottobre si susseguono tre passaggi che potrebbero cambiare gli equilibri del conflitto.

A Miami, per otto ore, i delegati statunitensi trattano con una squadra negoziale ucraina e con diplomatici europei. La richiesta principale rivolta a Kiev è quella di fermare gli attacchi alle raffinerie russe, nel tentativo di contenere la crisi energetica.

Alla fine dei colloqui, Witkoff e Kushner comunicano agli ucraini che Trump parlerà con Putin e allenterà le sanzioni sull’export di diesel russo. Secondo la ricostruzione americana, Kiev avrebbe ignorato circa sei richieste di fermare i raid sulle raffinerie.

Segue la telefonata: Trump e Putin parlano per 90 minuti. Il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov precisa però che il presidente russo non si è impegnato a riprendere i negoziati con l’Ucraina e richiama gli attacchi su Mosca durante le elezioni parlamentari russe.

Trump annuncia comunque su Truth una chiamata di grande successo e il raggiungimento di un accordo sul diesel, indicando anche le quantità di gasolio che la Russia fornirà nei mesi successivi.

L’obiettivo dell’accordo: aumentare l’offerta e abbassare i prezzi

Il dettaglio fondamentale riguarda la destinazione del carburante: il mercato globale.

L’obiettivo dichiarato di Trump è aumentare la disponibilità di diesel russo sui mercati, favorendo un abbassamento generale dei prezzi che possa coinvolgere anche gli Stati Uniti.

La mossa lega così il dossier ucraino alla crisi energetica e alle esigenze politiche della Casa Bianca, a poche settimane dal voto di novembre.

Lo scontro con Zelensky e la tregua sull’energia contestata

Il 10 ottobre Trump passa all’attacco personale: accusa Zelensky di creare un problema mondiale con i raid sulle raffinerie e afferma che l’Ucraina dovrebbe avere un nuovo presidente.

L’11 arriva un altro colpo di scena. Trump annuncia un cessate il fuoco sull’energia accettato da entrambe le parti, ma Zelensky dice di non saperne nulla. La Russia non conferma e continua a colpire, con almeno sei impianti danneggiati.

Il 13 ottobre le versioni dei due leader si scontrano ancora. Trump sostiene che Putin voglia la tregua più di Zelensky, mentre il presidente ucraino attribuisce il caro diesel al blocco di Hormuz e si dice pronto a indire elezioni, chiedendo però almeno 60 giorni per organizzarle in sicurezza.

L’Unione europea mantiene la linea delle sanzioni

In questa sequenza di eventi si inserisce un quarto attore: l’Unione europea, che continua sulla linea intrapresa senza aprire a un allentamento della pressione su Mosca.

Mentre Trump annuncia l’accordo sul diesel russo, Bruxelles approva un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, descritto come il più consistente finora, che riguarda 826 aziende e 743 persone fisiche.

L’alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ribadisce la posizione europea:

«Questo non è il momento di allentare le pressioni sulla Russia».

Meloni sull’accordo Trump-Putin: «Una scelta molto rischiosa»

Anche Giorgia Meloni, nelle comunicazioni al Senato, esprime forti riserve sull’intesa, definendola «una scelta molto rischiosa».

La presidente del Consiglio attribuisce l’aumento dei prezzi del carburante soprattutto alla guerra in Iran, anziché a quella in Ucraina.

Per Meloni il rischio è duplice: legittimare Mosca mentre le bombe russe continuano a cadere sulle città ucraine e garantire al Cremlino nuove entrate con cui finanziare la guerra.

Energia e stoccaggi: perché l’Italia rischia di pagare di più

Il discorso si sposta così dagli equilibri internazionali alle conseguenze per famiglie e imprese. L’Europa si prepara a un inverno complicato, tra prezzi dell’energia elevati e scorte ridotte.

A fine agosto gli stoccaggi di gas dell’Unione europea erano pieni al 63%, contro una media di circa l’80% registrata negli ultimi anni nello stesso periodo.

Bruxelles invita alla calma e sostiene che al momento non ci siano rischi per la sicurezza degli approvvigionamenti. La questione, però, non riguarda soltanto la disponibilità del gas, ma anche quanto costerà acquistarlo.

L’Italia non parte da una posizione comoda: secondo Oxford Economics, è la grande economia europea più esposta a uno shock sui prezzi del gas.

Le proteste di agricoltori e autotrasportatori contro il caro carburanti

In Italia il malcontento si manifesta attraverso le proteste di agricoltori e autotrasportatori.

Il primo ottobre i manifestanti hanno bloccato la Salerno-Reggio Calabria a Pizzo. A diventare il simbolo della protesta è stato un uomo seduto a terra sullo svincolo, in lacrime, che diceva di non farcela più.

A Torrimpietra, alle porte di Roma, i trattori presidiano la via Aurelia dal 25 settembre. I camionisti siciliani hanno invece annunciato un fermo dal 16 al 20 ottobre.

I prezzi aiutano a comprendere le ragioni della rabbia: il gasolio consigliato da Eni è sceso a 2,19 euro al litro, con un tetto fissato a 2,25 euro, mentre lo sconto sulle accise del governo è scaduto senza essere prorogato.

Per chi lavora la terra il conto è ancora più pesante. In Sicilia, già in primavera, il gasolio agricolo era passato da 0,88 a 1,45 euro al litro.

Rivedere le sanzioni o mantenere la pressione? Il bivio europeo

Se anche gli Stati Uniti scendono a compromessi con Putin per contenere il costo dei carburanti, è inevitabile chiedersi quale strada debba scegliere l’Europa.

Da una parte ci sono Kaja Kallas e Ursula von der Leyen, che considerano ogni allentamento un rischio. Dall’altra cresce la pressione di chi chiede risposte immediate al caro energia.

L’Unione europea dovrebbe dunque rivalutare la propria politica sulle sanzioni oppure mantenere la pressione sulla Russia per evitare di rafforzarne la capacità di finanziare il conflitto?

La stessa domanda riguarda il governo italiano: se tornare ad approvvigionarsi dalla Russia potesse contribuire ad abbassare i prezzi, Roma dovrebbe esplorare questa possibilità o mantenere la linea concordata con Bruxelles?

Le ultime parole di Giorgia Meloni al Senato sembrano indicare una direzione precisa. Nel frattempo, tra diplomazia, guerra e bollette, resta una certezza di calendario: l’inverno sta arrivando.

FerdinandoPetrarulo

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