Il 16 ottobre migliaia di studenti sono scesi in piazza in decine di città italiane nel cosiddetto ‘No Meloni Day’. Contestano il decreto sulla scuola, il caro vita e le spese per il riarmo, e a Milano, Torino e Bologna ci sono state tensioni con le forze dell’ordine. La mobilitazione arriva dopo le proteste degli studenti francesi per i fondi all’istruzione, che a inizio mese hanno portato centinaia di licei a sospendere le lezioni.
“Sono contento che i ragazzi e le ragazze vadano in piazza piuttosto che stare sul divano di casa. Ne sono felice, vorrei capire perché vanno in piazza, a fare cosa, a volere cosa”. Lo dice Paolo Crepet in diretta ai nostri microfoni, che alla politica affida un compito preciso: “La politica è chiedere ai ragazzi e alle ragazze cosa volete, in che cosa possiamo esservi utile”.
Il quadro, per Crepet, è più complicato di quello del passato: “Quei miliardari sono i padroni di quello che i ragazzi e le ragazze hanno in mano, cioè sono i padroni delle tecnologie”. Da qui un paradosso che coinvolge tutti: “Siamo tutti più connessi in qualche modo e in questo caso la connessione è anche complicità”.
Sul fronte dell’istruzione, il giudizio è severo: “È 30-40 anni che non mettiamo mano alla scuola, ma per una questione semplice: qualsiasi riforma è naufragata, tutte”. E ancora: “A forza di non cambiare i problemi non si risolvono e poi arriva la rabbia sociale”. Non manca un avvertimento sul rischio che le proteste vengano strumentalizzate: “L’Italia non è la Francia e neanche tanto la Spagna. Da noi ci sono grandi organizzazioni criminali, ci vuole molto poco per trasformare qualcosa che vuole essere magari un blocco di un’autostrada in qualcosa di più”.
Poi l’affondo sulla politica: “Dall’opposizione non sento dire niente. C’è stato un silenzio assordante. Ci stiamo abituando al silenzio. Non si può parlare di chi è il segretario di un partito quando la piazza ribolle”.
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