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Giorgio Bianchi reagisce a Naza: “Tra i produttori c’è un nome che spiega tutto”

Naza, sigla ebraica per “danno collaterale”, è il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor prodotto dal Guardian, con Jonathan Glazer produttore esecutivo. Ventiquattro tra soldati e uomini dell’intelligence israeliana, in anonimato, parlano di notte sui tetti di Tel Aviv del sistema di individuazione degli obiettivi a Gaza. Il film, Premio speciale della giuria a Venezia, è uscito nelle sale italiane a fine settembre. L’esercito israeliano ne respinge le accuse: “Dobbiamo difendere la reputazione dell’esercito israeliano”, ha dichiarato il capo di Stato maggiore Eyal Zamir.

Una sala in silenzio

“La sala non ha fiatato nessuno”, racconta Giorgio Bianchi ai nostri microfoni dopo aver visto Naza dalla prima fila. “Molti sono usciti con le lacrime agli occhi, me compreso”, e la visione al cinema era per lui obbligata: “io rimango di quelli che i film vanno visti al cinema”. Da documentarista, aggiunge, “la messa in scena, proprio ragionando da documentarista, secondo me è straordinaria”.

Il paragone con Glazer

“Il parallelo secondo me era perfetto”, sostiene Bianchi richiamando La zona di interesse, e leggendo il nome di Glazer tra i produttori “ho avuto i brividi per l’onestà intellettuale”. La chiave, per lui, sta tutta in una frase: “la zona di interesse è questo: tu sai ma fai finta di non sapere”. Sul piano storico, afferma, “non è che il genocidio è lo sterminio. È la volontà di sterminio”. Il punto riguarda anche la guerra di oggi: “oggi si combatte con strumenti automatici”, e davanti a chi denuncia “noi non possiamo criminalizzare chi punta il dito”.

È un’immagine, nel racconto di Bianchi, a restare impressa a uno degli intervistati: “io non riesco a togliermi dalla testa l’immagine di quelle due ragazze tenute in braccio dal padre.”

Redazione

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