Il tetto agli studenti stranieri che non conoscono l’italiano è tornato al centro dello scontro politico dopo l’inaugurazione dell’anno scolastico presieduta dal capo dello Stato lo scorso 22 settembre. Il governo lavora a un provvedimento che fisserebbe al 30% il limite massimo di alunni non italofoni per classe, misura annunciata dalla premier Giorgia Meloni dal palco di Fenix, la festa di Gioventù nazionale, insieme al divieto di burqa e niqab a scuola. Per difendere la proposta, Meloni ha richiamato due circolari firmate da Sergio Mattarella quando era ministro dell’Istruzione, tra il 1989 e il 1990, con cui si raccomandava di non superare le quattro o cinque unità di alunni stranieri per classe. Una lettura che buona parte della stampa ha respinto: la segretaria del Pd Elly Schlein ha ribattuto che «nelle classi non ci sono italiani o stranieri, ci sono bambine e bambini» e che «tutti hanno diritto a una scuola di qualità», bollando come discriminatoria l’operazione del governo. È su questo terreno — tra il precedente presidenziale e la sua strumentalizzazione mediatica — che si sono confrontati Fabio Duranti, Alberto Contri e Giorgio Bianchi, in diretta ai microfoni di Un Giorno Speciale.
Ad aprire il confronto è stato Duranti, partendo da una diagnosi sullo stato delle classi italiane: “Ci sono molte scuole in Italia dove il numero di persone che sono all’interno delle classi non conosce neanche la lingua italiana e quindi l’insegnante si trova costretto a fermarsi e gli alunni italiani che sono andati in quella scuola rimangono indietro, hanno un deficit culturale”. Per il conduttore la proposta del governo replica un modello di integrazione già visto altrove: “Ho girato un po’ il mondo. In tutto il mondo ci sono scuole apposite, anche italiane […] intanto imparo la lingua in una scuola italiana che mi insegnano anche la lingua locale. Poi dopo, quando avrò un grado di comprensione e di integrazione, mi infilo dall’altra parte”.
Il vero bersaglio dell’intervento di Duranti, però, è stato il trattamento riservato dalla stampa alle parole del presidente della Repubblica. Ripercorrendo le prime pagine, ha contestato la lettura di Repubblica e Corriere sull’intervento di Mattarella ad Amatrice, accusando i titoli di aver capovolto il senso del discorso presidenziale per trasformarlo in una bocciatura della premier: “Sta roba qua per me, per il mio modo di vedere il giornalismo, è carta straccia. È forma di propaganda che vi indottrina ad un odio continuo e costante”. E ha aggiunto, riferendosi alla stessa Meloni: “Il premier oggi riporta in auge questo principio che ci sembra di buon senso e che è quello attuato in tutti i paesi civili del mondo. E i giornali, contrariamente all’interesse dei cittadini, aizzano lo scontro”.
Alberto Contri ha condiviso il merito della misura ma ha spostato il ragionamento sui tempi politici della sua adozione: “Quello che ha detto è un decreto di grandissimo buon senso. Però io mi faccio un’altra domanda: come mai dopo 4 anni di governo tirano fuori adesso questa importantissima questione solo per inseguire Vannacci?”. Per l’esperto di comunicazione si tratta di una grande debolezza politica, più che di un errore di merito: “Questo non vuol dire che non fosse giusto, è giustissimo, viva Dio! Però […] su questa che mi sembra un’operazione meramente elettorale [sono] molto scettico”.
Giorgio Bianchi ha allargato la discussione al tema demografico e culturale, collegandolo al calo delle nascite: “Frequento da 30 anni il nord Italia, capisco perfettamente che lì il problema dell’immigrazione è un problema enorme […] ma questo non è perché arrivano in massa, è soprattutto perché non ci stanno più i nostri”. Da qui la sua tesi centrale, secondo cui per Paesi come l’Italia — definiti “vassalli” e non imperiali — l’integrazione sarebbe strutturalmente destinata a fallire, a differenza dell’assimilazione praticata da potenze come Stati Uniti, Russia o Cina: “L’impero, che è l’egemone, ha favorito l’immigrazione di massa da sempre, che ha creato destabilizzazione […] Uno dei modi con i quali si attacca all’Europa è creare destabilizzazione, favorire l’immigrazione”.
A chiudere il confronto è tornato Duranti, rispondendo a un commento del pubblico sui risultati Invalsi degli studenti italiani e collegandolo di nuovo alla condizione delle scuole pubbliche: “Se entri in una scuola di oggi vedrai gli insegnanti non hanno più le armi per insegnare ai nostri ragazzi, tante cose si devono fermare, e poi ci lamentiamo se dicono che sono degli analfabeti funzionali. Certo che lo sono, purtroppo, in alcuni casi. Sapete chi si salva? I ricchi, come al solito. Così si forma l’élite che poi ci governa”.
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