Si è recentemente scatenato un vero e proprio linciaggio mediatico a reti unificate, non saprei definirlo altrimenti, contro alcuni giovani del Partito Democratico che hanno coraggiosamente preso posizione contro la guerra. Addirittura hanno celebrato il comunismo storico novecentesco. Nel loro intervento alcuni di questi coraggiosi ragazzi disallineati rispetto al verbo unico della globalizzazione neoliberale, anzi glebalizzazione neoliberale, si sono detti contrari alla guerra contro la Russia e hanno addirittura dichiarato di essere pronti a organizzare la diserzione. Insomma, i giovani a cui è stato inflitto il precariato non vogliono saperne di andare a morire al fronte.
Come se non bastasse, violando l’etichetta di quel Partito Democratico che rappresenta non già la continuazione, bensì la tomba del pensiero e dell’azione di Carlo Marx e di Antonio Gramsci, hanno fatto professione di comunismo. Dunque hanno rinnegato in toto l’ordine simbolico neoliberale dominante a cui il loro partito ha aderito anima e corpo.
Che la destra abbia deriso e schernito questi giovani non desta meraviglia. La destra vede il nome del comunismo come Superman vede la kryptonite. È da sempre la parte che supporta la società così com’è. Che anche larga parte della sinistra abbia agito ugualmente dovrebbe invece destare qualche riflessione critica. Come non mi stanco di adombrare, la sinistra, o meglio la sinistrash, facendosi indistinguibile dalla destra stessa, ha da tempo aderito al pensiero unico della globalizzazione liberale imperialistica. È divenuta ciò che un tempo combatteva, facendosi in tutto e per tutto guardia arcobaleno della globalizzazione neoliberale. A cagione di ciò, oggi la sinistra appare, semmai è possibile, ancor più spregevole della destra. Quest’ultima, in quanto parte dell’apologia dello status quo, non ha deluso, dacché si è sempre rivelata all’altezza delle aspettative. La sinistra invece ha rinnegato ciò che era per diventare ciò che combatteva, assumendo lo sguardo di chi in alto ci odia.
Sentire dei giovani che ripudiano la guerra e che ugualmente respingono il discorso unico della globalizzazione neoliberale ci segnala incontrovertibilmente che l’encefalogramma della società non è ancora del tutto piatto e che qualche bagliore di speranza, dopotutto, sopravvive. L’opposizione alla guerra e all’imperialismo è un punto saldo a cui tutti dovrebbero aderire, soprattutto i cittadini comuni, quelli che, per inciso, in caso di guerra verranno mandati al fronte a sacrificarsi per i sacri valori dell’Occidente, voglio dire il mercato, la competitività, il nichilismo.
Per quel che concerne poi il richiamo al comunismo da parte dei giovani del Partito Democratico, esso potrà apparire vintage finché vogliamo e naturalmente la parola non gode oggi, nell’epoca post-1989, di grande forza attrattiva. Lo si potrà allora chiamare comunitarismo, socialismo o in molti altri modi ancora, ma mutato nomine resta la sostanza, cioè la sacrosanta esigenza di una rettifica della società iniqua in cui siamo incagliati, vale a dire il desiderio di migliori libertà e di ulteriorità nobilitanti rispetto alla lotta per la sopravvivenza innalzata a solo stile di vita permesso. Con le parole di Bertolt Brecht, «è la semplicità che è difficile a farsi».
RadioAttività, Lampi del Pensiero Quotidiano | Con Diego Fusaro
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