L’Istituto Nazionale di Statistica francese ha tagliato drasticamente le stime di crescita del PIL per il 2026 per la Francia, riducendole allo 0,4%, cioè la Francia è ferma. Questo rallentamento spinge la Francia a un ritmo che sfiora la recessione tecnica, posizionandola come fanalino di coda tra le grandi economie dell’eurozona. E io credo che sia semplicemente giusto, perché a distanza di 30 anni e più, anzi quasi 40, da quando vennero decisi gli accordi tra Kohl e Mitterrand per costruire questo tipo di Unione Europea, fondamentalmente ai danni del terzo concorrente che era l’Italia, adesso il boomerang sta tornando nelle mani di chi lo ha lanciato.
A pesare è il crollo della domanda interna, quello di cui io vi parlo da ormai più di 10 anni: il modello europeo basato solo sulle esportazioni sta dimostrando tutta la sua fallacia. Perché le esportazioni le puoi fare distruggendo la domanda interna e i salari interni e ovviamente penalizzando l’interno dello Stato. Ecco, tutta la costruzione dell’economia europea è stata sbagliata dall’origine. Io la contesto e questo è il nocciolo del mio punto di vista.
Quindi a pesare, ripeto, è stato il crollo della domanda interna accompagnato dalla contrazione del potere d’acquisto, che ovviamente colpisce il ceto medio. È quello che vi spiego da 10 anni. La promessa di pieno impiego di uno dei peggiori presidenti della storia della Francia, cioè Emmanuel Macron, è svanita, con la disoccupazione in aumento verso l’8,6% e decine di migliaia di posti di lavoro persi nel privato. Le famiglie sono costrette a intaccare i risparmi per far fronte al caro vita, il settore edilizio crolla a causa di mutui e tassi di interesse inaccessibili, le imprese riducono gli investimenti a causa di margini ridotti e costi operativi crescenti, rendendo effimero il sostegno garantito da quel folle modello europeo che si basa sul commercio estero.
In questo scenario critico, Parigi naviga con un deficit pubblico superiore al 5% del PIL, senza margini di manovra per stimolare l’economia. L’assenza di piani fiscali impedisce al governo di replicare i piani di investimento adottati da altri partner europei per rilanciare la competitività. E infine c’è una crisi di fiducia sui titoli di Stato francesi e sulla tenuta dei conti pubblici.
Io vi racconto queste cose per due ragioni. Primo, questa mattina vedrò degli imprenditori che hanno anche a che fare col mercato francese e con loro parliamo di piano strategico aziendale: se siete imprenditori e mi trovate dal sito valeriomalvezzi.it, non state a dormire, perché quello che succede intorno a voi deve essere previsto con un piano strategico per la vostra azienda. Secondo, è un messaggio che lascio ai politici italiani: mai come adesso è il momento di alzare la testa. Perché chi ci ha dominato fino a ieri, cioè la Germania e la Francia, adesso è in difficoltà. Vogliamo cominciare a far sentire la nostra voce o teniamo sempre la testa bassa davanti al modello europeo intoccabile?
Malvezzi Quotidiani, l’Economia Umanistica spiegata bene | Con Valerio Malvezzi
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