Strasburgo, 16 settembre 2026. Ursula von der Leyen è al podio per il suo discorso sullo Stato dell’Unione, il sesto da quando guida la Commissione Europea. Poi si volta verso il primo ministro canadese Mark Carney seduto in aula e pronuncia una frase che nessun trattato europeo aveva mai previsto: propone al Canada di diventare il primo ‘membro associato’ della storia dell’UE. Scende dal podio, lo abbraccia. L’aula si alza in piedi.
Immagine difficile da ignorare che lascia ampio spazio al dubbio: cosa significa che un paese del G7, membro della NATO e a un oceano di distanza da Bruxelles, possa entrare in un’orbita che fino a ieri era riservata a chi condivide un confine con l’Europa?
Nessuno a Strasburgo lo ha detto apertamente ma la lettura è quasi unanime: questa mossa nasce dalla crisi del rapporto tra Ottawa e Washington. Da sempre gli Stati Uniti sono stati il primo alleato e il primo partner commerciale del Canada. Con il secondo mandato di Trump, quel rapporto si è trasformato in una fonte di instabilità: dazi, atteggiamenti ostili, un’imprevedibilità che ha spinto Ottawa a guardare altrove. Infatti non è un caso che l’avvicinamento all’UE sia partito già a marzo 2025, pochi mesi dopo l’inizio della nuova presidenza americana quando lo stesso Carney ha nominato un inviato speciale con il compito esplicito di esplorare opzioni di integrazione con l’Europa. Prima ancora del discorso di von der Leyen, qualcosa si era già mosso: il Canada è stato di recente ammesso allo strumento SAFE (il programma europeo che finanzia gli appalti per la difesa), permettendo alle aziende canadesi di competere per contratti legati al sostegno a Kiev e al riarmo comune.
È un dettaglio che racconta bene la logica dell’operazione: l’annuncio di Strasburgo formalizza e accelera un processo di avvicinamento già in corso, non lo inventa dal nulla.
Il problema tecnico è reale: i trattati europei non contemplano la figura di ‘membro associato’. L’articolo 49 del Trattato sull’Unione esclude comunque, per motivi geografici, che il Canada possa aspirare all’adesione piena. Bruxelles dovrà quindi inventare una formula nuova, forse basandosi su altri articoli dei trattati, per costruire uno status su misura.
Non manca chi cerca precedenti: Norvegia e Islanda partecipano al mercato unico attraverso lo Spazio Economico Europeo; la Svizzera lo fa con una rete di accordi bilaterali; la Turchia dimostra che si può restare “candidati” per decenni pur costruendo un’integrazione economica profondissima. Persino l’idea di un’adesione associata era già circolata a maggio, quando il cancelliere tedesco Friedrich Merz l’aveva proposta per l’Ucraina, con accesso agli organi decisionali europei ma senza diritto di voto. Il Canada, però, non è un paese in guerra che chiede protezione: è una potenza economica che negozia da una posizione di forza relativa. Il modello, probabilmente, sarà un ibrido mai visto prima.
Al di là della simbologia, ci sono cifre concrete. Il CETA – l’accordo commerciale UE-Canada in vigore in via provvisoria dal 2017 – ha fatto crescere il commercio bilaterale di beni del 65% tra il 2016 e il 2024, portandolo a 75,6 miliardi di euro. Nel 2025 il commercio complessivo di beni e servizi tra le due sponde ha toccato i 178,6 miliardi di dollari canadesi. Le aree individuate per la nuova alleanza – commercio, energia, intelligenza artificiale, difesa, materie prime critiche – non sono scelte a caso: sono esattamente i settori dove la dipendenza dagli Stati Uniti si è fatta più scomoda.
C’è però un controcanto che vale la pena raccontare perché, a quasi dieci anni dalla firma, dieci Stati membri dell’UE non hanno ancora ratificato il CETA. È un dato che mette in prospettiva l’entusiasmo dell’annuncio: anche l’accordo più semplice, quello puramente commerciale, fatica a completare il proprio percorso istituzionale. Figurarsi uno status del tutto nuovo, senza base giuridica.
Per ora restano più le domande aperte che le risposte. Von der Leyen non ha specificato tempistiche né modalità di accesso a questo nuovo status. Il primo banco di prova concreto sarà il vertice UE-Canada di Montréal, il 29 e 30 ottobre 2026. Lì la proposta dovrà passare dalla fase degli annunci a quella della architettura istituzionale vera e propria.
Per la prima volta nella sua storia, l’Unione Europea sta pensando ad allargare la propria area di influenza non verso un vicino geografico, ma verso un alleato scelto per ragioni di sicurezza e di valori condivisi. Se il progetto dovesse davvero prendere forma, la mappa mentale di cosa significhi ‘essere europei’ potrebbe cambiare per sempre e la bandiera a dodici stelle potrebbe, un giorno, avere bisogno di una foglia d’acero.
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