Il paragone tra resistenza ucraina e Resistenza partigiana italiana, rilanciato lo scorso 18 settembre da Diego Bianchi (Zoro) a Otto e mezzo – “quando è scoppiato il conflitto la storia dell’Ucraina era una storia di resistenza” – trova in Giorgio Bianchi una lettura opposta, fondata sui numeri della renitenza più che sulla retorica eroica.
Il commentatore, in diretta ai nostri microfoni, cita 200.000 procedimenti attivi per diserzione, altri 50.000 casi di diserzione conclamata e due milioni di renitenti alla leva: “Hanno talmente tanta voglia di difendere il loro paese per conto della NATO che alla prima occasione se ne vanno”. Sulle vittime, richiama le stime del premier polacco Donald Tusk — circa mille morti al giorno — a fronte dei 43.000 caduti ammessi da Zelensky, un divario che resta a oggi privo di verifica indipendente.
Per Bianchi la questione territoriale è un falso bersaglio: “C’è qualcuno sano di mente che pensa che i russi […] vogliano arrivare a Lisbona?”. La vera posta in gioco, sostiene, è un’altra: “L’Ucraina è un grimaldello che viene utilizzato dalla NATO per disintegrare, per distruggere la Russia”, conclude, “i russi si stanno difendendo, piaccia o non piaccia, utilizzando gli ucraini come carne da cannone”.
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