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Il vero enigma del caso Ranucci che nessuno (o quasi) vede ▷ “Perché non vi fate questa domanda?”

Il caso legato a Sigfrido Ranucci resta al centro di un procedimento giudiziario ancora aperto, tra l’inchiesta sull’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 a Pomezia — che ha portato all’arresto di Valter Lavitola, indicato come mandante — e il comitato etico attivato dalla Rai. A complicare il quadro è arrivata l’inchiesta del Tempo, diretto da Daniele Capezzone, sui compensi della redazione di Report, la cosiddetta “Reportopoli”, con querele annunciate dagli inviati del programma. Ai microfoni di Un Giorno Speciale, Alberto Contri, Antonio Amorosi e Fabio Duranti hanno discusso non del merito giudiziario, ma del rapporto tra giornalismo e credibilità pubblica.

Il paradosso degli applausi

Il primo nodo sollevato riguarda la postura pubblica riservata a Ranucci. Alberto Contri si è chiesto perché figure come Paolo Mieli frequentassero certi ambienti “e come mai non ce lo raccontano“, concludendo che “viviamo tutta una grande ipocrisia” e invitando a “rinforzare la ricerca del senso critico“. Fabio Duranti ha ripreso il tema notando come in udienza si sia arrivati a vedere “giornalisti che si spellano le mani davanti a un magistrato“, un’immagine che a suo dire non dovrebbe mai verificarsi quando informazione e giustizia si incontrano. Duranti ha aggiunto che lo stesso schema si ripete anche in altri contesti istituzionali, segno di un più generale corto circuito tra osservatori e osservati.

Le zone grigie del giornalismo d’inchiesta

Antonio Amorosi ha portato la prospettiva di chi il mestiere lo pratica sul campo, raccontando di essere stato in passato avvicinato da “ambienti dei servizi” che gli proponevano collaborazioni, respinte per restare indipendente “dalla giustizia, dai procuratori, dai giudici, dai politici“. Nelle sue parole, la vera domanda non riguarda i contatti in sé, che possono far parte del mestiere, ma il motivo per cui alcune figure vengono “santificate” come portatrici di verità assolute. Report, ha chiarito, “non è un Moloch, non è una chiesa“, ma un prodotto costruito da persone con “la vanità, la sete di potere, l’idea di poter cambiare il mondo anche ingenuamente“. Duranti, pur condividendo l’impostazione, ha distinto tra il dovere professionale di avvicinare fonti scomode e i rapporti di amicizia personale emersi dalle intercettazioni, definendo le due situazioni “cose differenti”.

Giornalismo e politica, un confine da non superare

Duranti ha ribadito un principio di metodo: chi lascia il giornalismo per la politica dovrebbe interromperlo con largo anticipo, perché altrimenti “mi sentirei di tradire il pubblico che ci sta ascoltando” continuando a lavorare senza più la stessa libertà. Contri ha concordato, raccontando di aver ricevuto in passato proposte per candidature politiche e di averle rifiutate perché, a suo giudizio, chi entra in politica da posizioni di rilievo mediatico o imprenditoriale finisce quasi sempre per trovarsi in un “conflitto di interesse grosso come una casa”. Entrambi hanno chiuso il confronto sottolineando come il rispetto reciproco tra poteri diversi — informazione, magistratura, politica — dovrebbe restare la base minima di credibilità del sistema.

Redazione

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