La campagna vaccinale anti-Covid è stata monitorata in Italia attraverso un sistema passivo di segnalazione degli eventi avversi, strutturalmente inadeguato a rilevare il reale impatto del trattamento. A distanza di cinque anni, gli studi di cancerogenicità e genotossicità sui vaccini a mRNA non risultano completati. Il tema è tornato al centro del dibattito pubblico.
La farmacovigilanza passiva si basa sulle segnalazioni spontanee di pazienti e medici: è il cittadino che, se colpito da un effetto avverso, deve autonomamente attivarsi per segnalarlo ad AIFA. Il sistema opposto — la farmacovigilanza attiva — prevede invece che sia il produttore o il dispensatore del farmaco a monitorare sistematicamente tutti i parametri clinici di ogni singolo paziente. Studi comparativi hanno evidenziato che i casi gravi raccolti attraverso la farmacovigilanza attiva superano di 339 volte le segnalazioni ricevute spontaneamente con quella passiva. Un divario che rende strutturalmente impossibile qualsiasi stima affidabile.
La denuncia di Maurizio Federico — dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità già incaricato dall’ISS di sviluppare il vaccino italiano — punta dritta al cuore metodologico del sistema. Le finestre temporali di 14-21 giorni usate per attribuire o escludere un effetto avverso sono, a suo giudizio, scientificamente infondate. Come dice Federico in diretta: «Le finestre di 14-21 giorni non hanno nessun senso biologico. Sono, a metà tra pretesto e burocrazia». Sul piano pratico, racconta di aver tentato personalmente di segnalare una reazione avversa a un antibiotico attraverso il portale AIFA: «Non ho trovato il portale dell’AIFA, praticamente complicato per la segnalazione». Se questo vale per un esperto del settore, sostiene, per la popolazione comune — spesso in difficoltà anche solo con il cellulare — il sistema diventa di fatto inaccessibile. Il risultato: i dati raccolti sono stati usati per sostenere che il trattamento non ha fatto così male, quando in realtà riflettevano soltanto le segnalazioni riuscite a passare attraverso un percorso a ostacoli.
Vanni Frajese allarga la prospettiva al nodo scientifico rimasto irrisolto: la natura stessa dei vaccini mRNA come terapie geniche, con tutto ciò che questo implica in termini di obbligo di studio. Come dice Frajese in diretta: «Quando io nel 2021 dicevo, guardate che ha un’azione farmacologica, entra nella cellula, dovete fare gli studi di cancerogenicità e di genotossicità, mi sembrava la cosa più logica del mondo. Ancora oggi, ribadisco, quegli studi non li ha fatti nessuno, o se li hanno fatti se li hanno chiusi in un cassetto». A questo si aggiunge un dato clinico inquietante che Frajese porta direttamente dalla propria esperienza: pazienti con livelli di IgG a quattro o cinque anni dalla vaccinazione nell’ordine di 25.000 BAU/ml — quando la soglia di positività parte da 30 — liquidati da colleghi come segno di «ottima protezione». Come aggiunge in diretta: «Un’ignoranza talmente trasversale, talmente profonda. Siamo talmente lontani dal capire che cosa è stato fatto».
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