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Chi muove i fili del potere? Aperto il vaso di Pandora su Trump e la NATO | Con Leonardo Rosi

Il referendum sulla giustizia si trasforma in qualcosa di più di una consultazione tecnica, assumendo i contorni di un passaggio politico più ampio. Nel risultato si intrecciano dinamiche interne, equilibri di consenso e soprattutto pressioni che arrivano dall’esterno dei confini nazionali. Secondo quanto sostenuto da Leonardo Rosi, ai microfoni di Ocula – ‘L’occhio sul mondo’, il punto non è cosa si è votato, ma perché si è votato così: una chiave di lettura che sposta il focus dal merito dei quesiti al contesto internazionale e mediatico in cui il voto è maturato.

Una sconfitta che arriva da lontano

La chiave di lettura proposta da Leonardo Rosi sposta il baricentro: “è sempre stato così, quantomeno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi”. L’idea che la politica estera condizioni quella interna non è una novità, ma una costante strutturale.
Nel caso specifico, la bocciatura referendaria diventa “un modo per fare delle elezioni sotto mentite spoglie”, uno strumento con cui misurare il consenso politico più che il merito dei quesiti. E il risultato, in questa prospettiva, assume un significato netto: “le persone che sono andate a votare no hanno votato no perché gli sta su la Meloni”.

Il peso degli Stati Uniti nella politica italiana

Rosi individua un asse preciso: l’influenza statunitense sul piano mediatico, culturale e politico. “Noi purtroppo siamo gestiti da un punto di vista mediatico, culturale, dagli Stati Uniti d’America”, afferma, collegando questa dinamica a un processo iniziato con la fine della Prima Repubblica. Da allora, secondo questa lettura, si consolida “questo bipartitismo americano”, che ridefinisce anche il linguaggio e le categorie della politica italiana. Dentro questo schema, figure come Donald Trump diventano più simboliche che determinanti: “Trump è solo un Berlusconi per mille… un gran pagliaccio che sta lì e distoglie l’attenzione”.

Trump, i MAGA e la strategia della confusione

L’apparente incoerenza del presidente americano viene interpretata come metodo. “Il fatto che Trump continuamente dichiari un qualcosa e poi nelle ore successive dichiari l’esatto opposto” non sarebbe casuale, ma riconducibile alla strategia teorizzata da Steve Bannon: saturare lo spazio informativo. Rosi richiama esplicitamente il principio del “flood the zone with shit”, cioè “riempire la macchina mediatica” per orientare la percezione pubblica. In questo quadro, anche il referendum italiano viene letto come effetto di un clima mediatico internazionale: “si stava parlando della guerra all’Iran… e quindi le persone hanno votato in base a quello”.

Tecno-destra e nuovi centri di potere

Il livello decisivo, però, secondo Rosi è ancora superiore alla politica. “Basta andare a vedere chi ha finanziato la campagna elettorale di Trump”, osserva, indicando il ruolo della cosiddetta New Economy. Dalla Silicon Valley alla “PayPal Mafia”, emerge una rete di potere che punta a ridefinire il funzionamento degli Stati: “gli stati devono essere dei leviatani guidati da intelligenza artificiale”.
Una visione che concentra il potere decisionale in pochi centri tecnologici e finanziari, riducendo il ruolo della rappresentanza democratica.
Il risultato finale è una sintesi radicale: “alla fine è il potere mediatico che decide”.

Ocula – L’occhio sul mondo

Redazione

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