Roma, 8 aprile 2026 — Nella seduta odierna della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid-19, convocata a Montecitorio, il professor Marco Cosentino, farmacologo dell’Università dell’Insubria, è stato ascoltato come esperto audito insieme al dottor Giacomini. La sessione, presieduta e aperta alle domande della maggioranza, ha visto l’onorevole Alberto Bagnai (Lega) condurre un lungo e articolato interrogatorio tecnico sui vaccini a mRNA: dalla loro conservazione alle deroghe normative concesse dalle agenzie regolatorie, fino alle possibili implicazioni sulla sicurezza dei cittadini. Le risposte di Cosentino — farmacologo già censurato sui social media per aver condiviso un articolo scientifico durante la pandemia — hanno introdotto elementi di forte rilievo nel dibattito pubblico e istituzionale.
Il primo nodo sollevato da Bagnai riguarda un tema rimasto per anni ai margini del dibattito ufficiale: l’impatto di una scorretta conservazione dei vaccini sulla loro efficacia e sicurezza. Il parlamentare ha ricordato come le prime dosi Pfizer richiedessero temperature di -80°C, mentre in seguito si assistette a somministrazioni in contesti tutt’altro che controllati — spiagge, gazebo, centri commerciali. Cosentino ha risposto con precisione: “Esiste letteratura sull’argomento? No. È possibile che una cattiva conservazione del prodotto possa portare ad effetti avversi? Sì, per tutta una serie di motivi legati proprio alla delicatezza del prodotto stesso.” Il professore ha aggiunto che non esclude l’esistenza di studi riservati depositati presso le agenzie regolatorie, ma ha precisato che “pubblicamente disponibili non ne esistono.” Una lacuna conoscitiva che, da sola, pone interrogativi seri sulla trasparenza della gestione della campagna vaccinale.
Il passaggio più dirompente della deposizione riguarda una deroga normativa silenziosa concessa dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA). Cosentino ha ricordato che il principio generale vigente in farmacologia prevede che qualsiasi medicinale debba garantire almeno il 95% del principio attivo integro fino alla data di scadenza: “una compressa di aspirina da 500 mg deve assicurare che almeno il 95% di questi 500 mg sia integra all’interno dell’intervallo di tempo fino alla data di scadenza.” Per i vaccini a mRNA, tuttavia, questa soglia è stata abbassata al 50%, come si evince — ha precisato il farmacologo — dai contratti tra le istituzioni europee e i produttori, “più o meno secretati” ma in parte resi pubblici da alcune trasmissioni televisive e ancora reperibili in rete. Una scelta regolatoria senza precedenti, che Cosentino ha collegato direttamente alle difficoltà industriali emerse durante lo scale-up produttivo: le email interne di Pfizer pubblicate dal British Medical Journal rivelano che l’azienda, in quella fase, “faceva fatica ad arrivare al 70%” di stabilità del prodotto.
Stabilito che fino alla metà del principio attivo poteva risultare degradata, Cosentino ha spiegato cosa questo implica concretamente sul piano biologico. “L’altro 50% non è che scompaia per magia — si è degradato in frammenti, e i frammenti di acidi nucleici sono molecole che in maniera del tutto imprevedibile possono esercitare effetti aggiuntivi molto difficili da quantificare, anche a livello del genoma.” Si tratta, ha sottolineato, di un rischio strutturale insito nella natura stessa di questi prodotti: i frammenti di RNA degradato non sono inerti, ma possono interagire con i meccanismi cellulari in modi ancora largamente sconosciuti e non sistematicamente studiati. Una variabile che, in assenza di studi pubblici specifici sulla degradazione in campo, resta di fatto fuori dal perimetro della farmacovigilanza ufficiale.
L’ultimo tema affrontato riguarda il prodotto Pfizer in modo specifico. Cosentino ha segnalato l’esistenza di “indizi” secondo cui, almeno nelle prime versioni del vaccino, il prodotto si sarebbe portato dietro una contaminazione da frammenti di DNA dei vettori plasmidici utilizzati per la produzione su vasta scala. Ha distinto la posizione di Pfizer da quella di Moderna, che “aveva ed ha apparentemente una filiera di produzione con delle tecniche un po’ più pulite.” La questione, ha ammesso, è “estremamente controversa“, ma nell’ultimo anno ha trovato spazio su riviste scientifiche di riconosciuta credibilità, con studi che sembrano indicare trattarsi di “un problema molto significativo.” Le implicazioni, ha concluso Cosentino, investono direttamente la sicurezza genomica e aprono uno scenario preoccupante: “quando si va a toccare il genoma cellulare, evidentemente anche tutto l’ambito oncologico” entra in gioco.
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