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Zelensky volta le spalle all’UE sul petrolio ▷ Guzzi: “Vi meravigliate? Nord Stream docet!”

La crisi energetica che attraversa l’Europa torna al centro della discussione con un nuovo episodio che mette in luce le contraddizioni della strategia europea. L’Unione Europea avrebbe chiesto all’Ucraina di poter effettuare verifiche sull’unico oleodotto attualmente in grado di trasportare petrolio verso il continente. La risposta di Kiev è stata negativa. Un segnale che, secondo l’economista Gabriele Guzzi, rivela un quadro molto più ampio fatto di dipendenze energetiche, scelte geopolitiche controverse e tensioni crescenti tra alleati. Intervenuto ai microfoni di Lavori in Corso, Guzzi ha ricostruito le implicazioni economiche e strategiche di una crisi che coinvolge l’Europa su più fronti.

Il rifiuto di Kiev e la tensione con Budapest

Per Guzzi non c’è nulla di sorprendente nel fatto che Kiev possa opporsi alle richieste europee. «Non dimentichiamoci che ormai è risaputo che l’Ucraina ha collaborato al sabotaggio del Nord Stream, il gasdotto che portava gas russo in Germania e in Europa. È stato un atto di terrorismo di Stato a cui l’Europa non ha risposto in alcun modo».

Secondo l’economista, il rifiuto di consentire verifiche sull’oleodotto che rifornisce alcune aree dell’Europa centrale si inserisce in un conflitto politico sempre più evidente tra Ucraina e Ungheria. «C’è una battaglia di fatto sotterranea, ma sempre meno sotterranea, tra l’Ungheria e l’Ucraina», spiega Guzzi. Il nodo riguarda soprattutto le forniture energetiche destinate a paesi come Ungheria e Slovacchia, particolarmente dipendenti da quei flussi.

Il quadro si è ulteriormente irrigidito dopo le dichiarazioni attribuite a Volodymyr Zelensky contro il premier ungherese Viktor Orbán, colpevole di opporsi allo stanziamento di nuovi aiuti europei a Kiev. «Dire che si potrebbe dare l’indirizzo di Orbán alle proprie forze armate non è una battuta, è un messaggio di minaccia verso un capo di governo che difende la sicurezza energetica del proprio paese».

La scelta europea e la nuova dipendenza energetica

Nel ragionamento di Guzzi, la crisi attuale è la conseguenza diretta di una strategia energetica che ha reciso i legami con Mosca senza costruire alternative solide. «Abbiamo rinunciato al gas russo perché violava il diritto internazionale, ma ci siamo legati agli Stati Uniti, che storicamente lo hanno violato molto di più», osserva, citando Kosovo, Iraq e Libia.

La sostituzione delle forniture russe con gas naturale liquefatto proveniente da altri paesi avrebbe inoltre aumentato la vulnerabilità europea. «Ci siamo legati al Qatar e al gas liquefatto che ora è bloccato sullo stretto di Hormuz», sottolinea. A questo si aggiunge la dipendenza da altri fornitori come l’Azerbaigian o le monarchie del Golfo.

Il risultato, secondo Guzzi, è un forte aumento dei costi energetici. «Si parla di circa 2-3 mila euro all’anno di costo medio aggiuntivo per le famiglie italiane tra rincari di gas e petrolio». Una dinamica che, a suo giudizio, non è soltanto economica ma anche politica: «C’è un’ipocrisia che diventa pericolosa quando produce desertificazione economica e industriale».

Il pivot russo verso l’Asia

All’interno di questo scenario, la Russia potrebbe persino trarre vantaggio dalla crisi energetica europea. «È l’Europa che ha minacciato di chiudere le importazioni di gas, quindi Mosca può semplicemente anticipare quella decisione», spiega Guzzi.

Secondo l’economista, il Cremlino dispone di alternative concrete. «La Russia può vendere quel gas ai mercati asiatici, che dopo la crisi in Iran sono in forte allarme energetico». In questo senso, la minaccia di interrompere definitivamente le forniture all’Europa diventerebbe uno strumento negoziale e al tempo stesso un acceleratore del pivot energetico verso l’Asia.

Alla base di questa dinamica, sostiene Guzzi, c’è anche una trasformazione strutturale del sistema economico europeo. «L’Europa non ha materie prime energetiche: è una potenza di trasformazione che importa energia dall’estero e la converte in beni industriali». Il vecchio equilibrio con la Russia – gas a basso costo in cambio di produzione industriale – si sarebbe quindi spezzato.

Redazione

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