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“Cari strilloni del referendum, ma alla terza guerra mondiale ci pensate mai?” | Bianchi e Duranti

Mentre il dibattito interno si concentra su riforme e referendum, lo scenario internazionale si muove su coordinate completamente diverse. Il contrasto è netto e lo hanno evidenziato Fabio Duranti e Giorgio Bianchi ai microfoni di Un Giorno Speciale: da una parte le dinamiche della politica italiana, dall’altra tensioni globali che toccano energia, equilibri militari e rischio sistemico.

Il referendum come “rumore di fondo”

“Tutto questo discorso sul referendum mi risulta completamente alieno”, afferma Bianchi. Il punto non è il merito della riforma, ma la sua rilevanza rispetto al contesto globale.

“A fronte del blocco dello stretto di Hormuz… chi se ne frega del CSM”. Il paragone è esplicito: “È come preoccuparsi di una lampadina fulminata mentre non c’è benzina nel motore”.

Secondo Bianchi, il tema centrale è l’impatto reale sulla vita quotidiana. “Io faccio 5.000 km al mese… questo scherzo mi costa fino a 1.200 euro l’anno”. Il riferimento è diretto alle tensioni energetiche internazionali.

Energia, NATO e tensioni globali

Il quadro si allarga rapidamente. “Trump chiama raccolta la NATO per lo stretto di Hormuz”, sottolinea Bianchi, collegando la crisi energetica alle dinamiche militari. Duranti introduce un altro livello di analisi: la distribuzione delle risorse. “Il fatto che tu sia seduto sopra un giacimento non significa che devi diventare il padrone del mondo”.

Ma la realtà è diversa. “Oggi i combustibili fossili generano più del 70% dell’energia mondiale”, ricorda. Un dato che rende inevitabile la dipendenza da petrolio e gas. Anche le alternative presentano limiti: “Il nucleare? Bene, ma il combustibile dove lo vai a prendere? Sempre negli stessi posti”, replica Bianchi.

Le radici geopolitiche: Iran, Russia e il modello Mattei

Il discorso si sposta sulle relazioni internazionali e sul passato italiano. Bianchi richiama l’esperienza di Enrico Mattei: “Un rapporto paritario, 50 e 50, portando know-how e crescita locale”. Un modello opposto a quello dominante: “Altri mettono la pistola sul tavolo e si prendono tutto”.

L’Iran torna centrale. “Avevamo rapporti privilegiati”, sottolinea, contrapponendo quella stagione alla situazione attuale. Il riferimento si allarga anche alla dimensione culturale e politica. “Pasolini aveva visto con 50 anni di anticipo lo schema di potere”. Un sistema che, secondo Bianchi, oggi si è pienamente realizzato.

L’interesse nazionale assente

La domanda chiave diventa diretta: “L’interesse nazionale dov’è?”. Bianchi insiste sullo scarto tra priorità politiche e realtà: “Si stanno sbracciando per cambiare quattro articoli della Costituzione”, mentre le questioni strategiche restano aperte. Duranti rafforza il punto sul piano energetico: “Fino a che non abbiamo alternative sufficienti, petrolio e gas vanno presi e distribuiti”. Una posizione pragmatica che evidenzia l’assenza di soluzioni immediate. Il tema resta operativo: “I combustibili fossili oggi sono ancora la base del sistema”, e ignorarlo, secondo Duranti, significa muoversi fuori dalla realtà.

Il rischio escalation e lo scenario iraniano

Il passaggio più critico riguarda la possibile escalation militare. “Se Israele utilizza il suo armamentario nucleare contro l’Iran…”, osserva Bianchi, delineando uno scenario estremo. Duranti inserisce il tema dentro una logica più ampia: “Se le risorse restano concentrate e non condivise, le guerre non finiranno mai”. Un meccanismo strutturale che alimenta i conflitti.

Bianchi critica la lettura semplificata della situazione: “Pensano di eliminare i leader come in un videogioco”. Ma la realtà è diversa: “Sono più di 90 milioni, stanno lì da 2500 anni”. La conclusione resta aperta: “Vorrei capire se hanno una soluzione per il rischio terza guerra mondiale”. Un interrogativo che, tra analisi energetica e scenari geopolitici, continua a non trovare risposta nel dibattito politico.

Redazione

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