Alla vigilia di Natale, mentre Volodymyr Zelensky parla di unità nazionale e pace auspicata, irrompono parole che, secondo molti osservatori, segnano un ulteriore slittamento del linguaggio politico e mediatico. Ai microfoni di Un Giorno Speciale, Giorgio Bianchi riflette sull’uscita del presidente ucraino che, evocando la morte di Vladimir Putin come “sogno condiviso”, riapre una questione più ampia: fino a che punto l’odio esplicito può essere normalizzato senza conseguenze nel dibattito pubblico occidentale?
Fabio Duranti introduce il tema con una critica frontale: “Parliamo di un capo di Stato che può permettersi di sognare e auspicare la morte del suo avversario e far diventare questa roba dominio pubblico”. Un passaggio che, secondo Bianchi, non può essere liquidato come sfogo emotivo legato alla guerra. “Quando un messaggio d’odio così forte passa sui giornali senza filtri, diventa legittimazione”, osserva il fotoreporter, sottolineando come il linguaggio usato contribuisca ad alimentare lo scontro permanente, rendendo sempre più difficile immaginare una reale conclusione del conflitto.
Bianchi inquadra l’episodio in una dinamica più ampia: “C’è un imbarbarimento del dibattito pubblico e una continua apertura delle finestre di Overton”. Ciò che un tempo sarebbe stato impensabile — augurare pubblicamente la morte di un leader straniero — oggi diventa normale, accettabile, perfino condivisibile. “Ormai vale tutto”, afferma, collegando questo clima alla progressiva perdita di responsabilità mediatica, soprattutto da parte di chi dispone di un’enorme capacità di influenza sull’opinione pubblica.
Il discorso si allarga alla criminalizzazione del dissenso. Bianchi richiama casi emblematici, come quello dell’ex colonnello svizzero Jacques Baud, “di fatto cancellato dalla vita pubblica senza una sentenza”. Un precedente che, a suo avviso, apre un vaso di Pandora: “Oggi è accettabile che una persona venga esclusa senza processo, domani potrebbe accadere a chiunque”. In questo contesto, il confine tra critica legittima e repressione informale si fa sempre più labile.
Bianchi mette in discussione l’idea stessa di democrazia sostanziale. “Abbiamo pensato per anni che esistessero regole, diritto, tutele. Poi ci siamo svegliati bruscamente”. Richiama sentenze, obblighi imposti e decisioni giudiziarie basate su presupposti poi rivelatisi fragili, ponendo una domanda di fondo: “Quando il potere politico e mediatico plasma le coscienze, dove finisce l’indipendenza della magistratura?”. In un clima in cui l’insulto e l’odio diventano strumenti ordinari, conclude Bianchi, “qualcuno finisce per pensare che chi viene cancellato se lo meriti”. Ed è proprio lì che il dibattito pubblico smette di essere confronto e diventa meccanismo di esclusione.
Un tavolino, un caffè, una bottiglietta d'acqua e una conversazione faccia a faccia. In uno…
Se n'è purtroppo andata nei giorni scorsi Emma Bonino, storica esponente dei radicali italiani, nota…
Conferenza stampa a dir poco movimentata quella andata in scena dopo Inter-Udinese. Il tecnico dei…
Al Parlamento europeo l’eurodeputato tedesco, con cittadinanza italiana, Fabio De Masi, del partito di Sahra…
A luglio 2026 l'inflazione italiana è salita al 2,9% su base annua, cioè siamo sotto…
La Roma non rallenta: allo Stadio Olimpico Grande Torino, la squadra di Gian Piero Gasperini…