Sulle sanzioni europee alla Russia, rimbombano a distanza di anni parole che oggi pesano come un bilancio. Ai microfoni di Un Giorno Speciale, Fabio Duranti e Antonio Maria Rinaldi riascoltano un discorso pronunciato da Mario Draghi nel 2022, nel pieno della prima fase del conflitto russo-ucraino. Il punto non è la legittimità della guerra, ma l’efficacia – e soprattutto le conseguenze – delle scelte politiche opinabili adottate dall’Unione Europea.
Per Duranti si parte da una stanchezza ormai strutturale: una classe dirigente percepita come distante, autoreferenziale, protetta da una burocrazia che “si allontana dall’umanità e dalla giustizia”. Nel mirino finiscono i “mamma santissima”, figure elevate a salvatori della patria che, secondo il conduttore, hanno potuto “pontificare” senza possibilità di contraddittorio. Un meccanismo che avrebbe prodotto decisioni calate dall’alto, impermeabili alla realtà quotidiana dei cittadini.
Al centro della discussione c’è il discorso del 2022 in cui Draghi rivendicava sanzioni “senza precedenti” contro Mosca, capaci – nelle sue parole – di colpire la macchina bellica russa e di provocare una contrazione dell’economia fino al 10%. Un intervento che parlava di vantaggio strategico ucraino, difficoltà russe nell’approvvigionamento di materiali e isolamento economico crescente. È proprio su questa previsione che Duranti innesta la sua critica più dura: “ci dicevano che la guerra si risolveva con le sanzioni”.
Rinaldi sintetizza l’effetto pratico di quelle misure con una frase secca: “ci siamo dati la zappa sui piedi”. Per l’ex europarlamentare, il problema non è l’atto sanzionatorio in sé, ma il fatto che sia stato applicato scaricando i costi su altri, in particolare sulle piccole e micro imprese. “Sono tutti buoni a mettere le sanzioni con il fatturato dell’altro”, osserva, ricordando i canali commerciali chiusi e le aziende italiane rimaste senza alternative.
La conclusione di Duranti assume i toni di un aut-aut politico e morale. Se le sanzioni hanno prodotto effetti opposti a quelli annunciati, le ipotesi restano due: “o incapacità o intenzionalità”. Citando il principio latino “terzium non datur”, esclude una terza via. O chi decide “non ci capisce niente”, oppure “l’ha fatto apposta”, magari come “portatore di interesse”. In entrambi i casi, il risultato – sottolinea – è lo stesso: promesse non mantenute e conseguenze che “si sono ritorte pesantemente contro i cittadini”, mentre altri Paesi, fuori da quel perimetro decisionale, non sembrano aver pagato lo stesso prezzo.
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