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La ‘brigata Green’ allunga le mani su Niscemi: “Ora invocano il sacrificio Maya” | Boni Castellane

La cittadina siciliana di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, è stata recentemente colpita da un imponente movimento franoso che ha costretto all’evacuazione di oltre 1.500 residenti. Il fronte di scorrimento raggiunge i 4 chilometri e continua ad avanzare, lasciando interi quartieri sul ciglio di un baratro e molte abitazioni non più abitabili. Il governo italiano ha dichiarato lo stato di emergenza per Sicilia, Calabria e Sardegna a causa dei danni provocati dal sistema di maltempo portato dal ciclone “Harry”, e sono stati stanziati fondi per la prima risposta e la ricostruzione.

Niscemi è una frana storica. Lo è per classificazione geologica e per documentazione amministrativa: l’area è censita come instabile da secoli, con episodi rilevanti già registrati tra Settecento e Novecento e un evento grave nel 1997. Da allora, interventi strutturali risolutivi non sono mai stati realizzati. È in questo quadro che, dopo l’ennesimo dissesto, il dibattito pubblico ha spostato l’attenzione dal governo del territorio al clima, fino a mettere in discussione persino l’opportunità di ricostruire.

Il conflitto tra fatti e narrazione

Per Boni Castellane, intervenuto ai microfoni di Stefano Molinari a Lavori In Corso, il punto di frattura è netto: «Quello che dici tu è la verità, sono i fatti. E i fatti e la narrazione sono contrapposti l’uno di fronte all’altro». Da una parte la geologia, la storia del territorio, la responsabilità amministrativa; dall’altra una lettura che ricondurrebbe tutto a un’unica causa sistemica. «La narrazione dominante dice che i fenomeni atmosferici che stiamo vedendo sono unici e preannunciano l’apocalisse climatica», sostiene Castellane, spiegando come questa impostazione finisca per rendere secondarie la messa in sicurezza, la cura del territorio e perfino la ricostruzione delle case.

L’apocalisse come argomento politico

Secondo Castellane, il paradosso sta proprio qui: «Si dice che non c’è niente da fare, che non potrà che andare sempre peggio. Ergo, l’unica cosa che ha senso fare è cercare di invertire questa tendenza». Un ragionamento che, portato alle estreme conseguenze, diventa per lui poco credibile: «Mi pare un po’ poco credibile la narrazione secondo la quale l’apocalisse climatica è dietro l’angolo ma può essere scongiurata soltanto se io pago». Da qui l’accusa di una retorica apocalittica usata come leva politica e fiscale, scollegata dalla realtà materiale dei territori.

Delocalizzare è impopolare, prevenire costa meno

Il nodo irrisolto, per Castellane, è sempre lo stesso: «Andare a dire nelle realtà locali “adesso abbandona la tua casa” è una scelta che nessuno vuole prendersi». Eppure intervenire prima costa meno che intervenire dopo, la delocalizzazione sembra l’unica risposta razionale in aree argillose e strutturalmente instabili. Continuare a costruire o consolidare significa solo rimandare il problema.

Clima, simboli e scelte irrazionali

Nel suo intervento, Castellane allarga il discorso a quello che definisce un malinteso ecologismo. Ricorda, ad esempio, che durante il blocco globale del 2020-2021 «le emissioni di CO₂ sono diminuite solo del 5%», un dato che a suo giudizio ridimensiona l’idea di un controllo umano totale sui fenomeni climatici. Da qui la critica a politiche simboliche e controintuitive: «L’impronta carbonica delle cannucce di carta è superiore a quella delle cannucce di plastica». Il rischio, conclude, è quello di una nuova “danza della pioggia”: sacrifici imposti in nome di una promessa salvifica, mentre i problemi concreti del territorio restano irrisolti.

Stefano Molinari

Stefano Molinari nasce come attore. Lavora sia per il cinema che per la televisione. Negli ultimi 15 anni è voce e volto di Radio Radio dove conduce diversi programmi di successo.

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