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Hanno inventato un robot che sostituirà l’uomo, ma non è come pensate

Negli scenari più ostili della tecnologia – dal cuore dei reattori nucleari al vuoto dello spazio, passando per profondità marine proibitive – finora l’uomo non poteva entrare e i robot tradizionali non potevano resistere. La sfida era aperta, e mancava una macchina capace di operare davvero dove tutto fallisce. Da questa esigenza nasce il lavoro di FluidWire Robotics, spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che ha già attirato l’attenzione di ESA e NATO. Un progetto che ridisegna l’idea stessa di robot, cambiando l’architettura, le funzioni e l’ambizione della robotica industriale.

La tecnologia che cambia le regole

Il punto di partenza è una domanda semplice: cosa serve per far lavorare un robot dove nessuno può entrare? Per il professor Marco Fontana, professore ordinario di Ingegneria Meccanica a Sant’Anna di Pisa, la risposta è nella tecnologia FluidWire.
“FluidWire Robotics sviluppa un braccio robotico che dal punto di vista funzionale è del tutto simile ai bracci robotici industriali, però progettato per lavorare in ambienti estremi“, spiega il docente. La differenza sostanziale sta nella capacità di mantenere affidabilità in presenza di temperature, pressioni e radiazioni che manderebbero in crisi qualsiasi robot convenzionale: “Il nostro braccio è in grado di operare in questi ambienti in modo affidabile, contrariamente agli altri robot che non possono operare proprio in questi ambienti”.

I limiti dell’uomo e il ruolo della nuova robotica

Il progetto nasce all’interno della ricerca accademica, partendo da un problema concreto e non eludibile.
Come sottolinea Ivan De Leonardis, cofondatore e responsabile Comunicazione e Marketing di FluidWire Robotics: “Ci sono degli ambienti in cui l’uomo non può e non dovrebbe operare”, riferendosi a contesti nucleari, spaziali o subacquei. Non solo: fino ad oggi neanche i robot erano una vera alternativa credibile. “Fino ad oggi neanche i robot riuscivano a lavorare in modo davvero affidabile”, osserva. La tecnologia FluidWire si inserisce esattamente in questo vuoto funzionale: “Stiamo sviluppando un robot capace di operare indistintamente in qualsiasi tipo di condizione estrema“, dalle alte e basse temperature alle radiazioni, dal vuoto spaziale agli ambienti subacquei.

Energia, spazio, nucleare: dove tutto sta cambiando

La richiesta di robot capaci di affrontare condizioni estreme non nasce da un futurismo teorico, ma da evoluzioni già in corso nel settore energetico e spaziale. Fontana evidenzia il contesto: “Le tecnologie spaziali sono diventate molto importanti per le comunicazioni, per l’osservazione della Terra e per l’esplorazione di pianeti lontani”. Allo stesso tempo, il nucleare vive una fase di rinnovata centralità: “L’ambito dell’energia nucleare è molto attuale, sia per l’approvvigionamento di energia sia per lo smantellamento delle vecchie centrali”. È qui che la robotica assume un valore strategico per la sostenibilità economica del settore: “La robotica e l’automazione assumono un ruolo centrale”.

L’architettura che permette al robot di sopravvivere

Il cuore dell’innovazione è un cambio di paradigma progettuale. I robot tradizionali falliscono negli ambienti estremi perché ospitano nei bracci la parte più fragile: elettronica, sensori, motori. Fontana spiega la soluzione: “Abbiamo spostato i componenti più delicati lontano dall’ambiente ostile, mettendoli in un contenitore robusto”. Nel braccio resta solo la parte meccanica, naturalmente resistente.
De Leonardis completa il quadro: “Abbiamo ridisegnato l’architettura del robot, scomponendola in due parti”, separando la scatola di attuazione dal braccio vuoto. Il collegamento avviene tramite la tecnologia FluidWire, “una tecnologia proprietaria e brevettata” che permette di trasmettere movimento e potenza senza esporre l’elettronica. Il risultato è un sistema “sicuro e affidabile per le operazioni di infrastrutture critiche, con più sicurezza operativa, meno guasti e manutenzione semplificata”.

Redazione

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